La figlia morta, il falso profilo e quei messaggi: «Mamma, sono all'inferno»

Nove anni dopo il suicidio della figlia, vittima di cyberbullismo, una madre è tornata a ricevere messaggi inquietanti da falsi profili. Ora chiede una legge specifica contro il fenomeno.
AARAU - Quasi nove anni dopo la morte della figlia, Nadya Pfister si è ritrovata a ricevere nuovi messaggi provenienti da un falso profilo Instagram a nome della ragazza. «Ciao mamma, come stai? È tanto che non ci vediamo», si leggeva nel primo messaggio. Poi il contenuto si faceva ancora più agghiacciante: «Ora sono all'inferno e marcisco qui. Gesù ha detto che devo restare qui per sempre».
La figlia è stata vittima di cyberbullismo
La storia è riportata dal Blick. Per la donna, originaria del canton Argovia, è stato un nuovo colpo. Nell'agosto del 2017, Céline, allora tredicenne, si era tolta la vita dopo mesi di cyberbullismo. A scatenare la persecuzione era stata la diffusione di una sua foto intima: il fidanzatino dell'epoca l'aveva inoltrata alla sua ex ragazza, che l'aveva poi pubblicata su Snapchat. In poco tempo, l'immagine era stata vista da centinaia di persone.
Oggi, a distanza di anni, Nadya Pfister è nuovamente bersaglio di messaggi offensivi. Il marito Candid ha chiesto agli utenti di Instagram di segnalare il falso profilo della figlia. La reazione è stata immediata e Meta lo ha cancellato. Ma il giorno successivo ne è comparso un altro, con una diversa fotografia di Céline.
I messaggi inquietanti
Anche i nuovi messaggi erano inquietanti: «Mamma, per favore smetti di combattere contro il cyberbullismo. Altrimenti dovrò restare ancora più a lungo all'inferno. Marcisco qui dal 28 agosto 2017».
La donna si è quindi rivolta alla Polizia cantonale. In un primo momento, racconta a Blick, le è stato spiegato che sarebbe stato difficile intervenire: i messaggi non contenevano minacce o insulti espliciti e dimostrare il reato di usurpazione d'identità non sarebbe stato semplice. Dopo le sue insistenze, il funzionario ha contattato il Ministero pubblico, che è riuscito a identificare l'autore attraverso l'indirizzo IP. La persona era già sottoposta a un procedimento per un caso analogo. Nadya Pfister ha quindi potuto sporgere denuncia.
«Tutto questo mi sconvolge»
Gli attacchi, tuttavia, non si sono fermati. Anche un'amica di Céline è stata contattata dal falso profilo e insultata pesantemente. «Tutto questo mi sconvolge profondamente», racconta la madre.
Proprio per questo, insieme al marito e all'associazione Celinesvoice, Nadya Pfister chiede che il cyberbullismo diventi un reato penale autonomo. «I messaggi carichi d'odio, presi singolarmente, spesso non costituiscono una minaccia, una coercizione o un'offesa all'onore. Ma nel loro insieme possono provocare danni enormi», sostiene.
A sostenerla c'è anche la consigliera nazionale socialista argoviese Gabriela Suter, che nel 2020 ha presentato una proposta sul cyberbullismo. Il progetto è ora in consultazione e ha già ottenuto una maggioranza in Parlamento, ma non mancano le critiche. L'avvocato Konrad Jeker teme un'ondata di denunce che potrebbe mettere sotto pressione le procure: «Su Internet si scrivono tante sciocchezze», osserva. Per Pfister, però, non è un argomento sufficiente: «Il cyberbullismo può essere mortale».



