Attacco hacker nel Liechtenstein, allarme pure in Svizzera

L'attacco informatico può generare gravi conseguenze fiscali e penali in tutta Europa, spingendo a nuove riflessioni sulla trasparenza dei registri societari.
ZURIGO - Il furto informatico subito dal registro delle fondazioni del Liechtenstein rappresenta un terremoto per l'intera piazza finanziaria del principato e potrebbe avere ripercussioni anche in Svizzera: ne è convinto l'avvocato zurighese Thomas Sprecher, che vede possibili conseguenze fiscali e penali in tutta Europa.
«Il registro riveste un'importanza fondamentale per il paese», afferma l'esperto del ramo in un'intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung. «In esso sono registrate tutte le fondazioni, le società fiduciarie e le imprese che hanno sede nel Principato». Ciò significa che il furto - hacker ignoti hanno sottratto i dati di 31'000 società - ha un impatto sull'intero settore delle fondazioni del Liechtenstein. «Nel registro sono riportati i dati relativi ai titolari effettivi: nome, data di nascita, cittadinanza e paese di residenza. Se tali informazioni dovessero diventare di dominio pubblico, risulterebbe immediatamente chiaro chi controlla tali entità».
Il registro, introdotto nel 2021 su pressione internazionale per prevenire il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, non è una peculiarità del principato. «Esistono da alcuni anni in tutti gli stati membri dell'Ue e dello Spazio economico europeo. E in Svizzera abbiamo avuto la stessa discussione un anno fa, quando si è discusso della creazione di un nuovo registro statale della trasparenza, che entrerà in vigore il primo ottobre. Le associazioni e le fondazioni non saranno però rilevate: il parlamento si è opposto».
Secondo Sprecher i dati sottratti a Vaduz sono di grande interesse per il fisco, ben più che per il grande pubblico. «Sapere chi può accedere al patrimonio di una fondazione è interessante soprattutto per le autorità tributarie. Se i dati venissero pubblicati, verrebbero a galla fondazioni che il pubblico finora non conosce, e come beneficiari economici apparirebbero persone che, per esempio, al fisco tedesco non sono note».
Il principato partecipa allo scambio automatico di informazioni, ma questo meccanismo presenta un vuoto proprio sui titolari effettivi. «Vengono comunicati solo gli organi della persona giuridica, ma non sempre i beneficiari economici», chiarisce il professionista con licenza in germanistica a Berlino e dottorato in giurisprudenza a Zurigo. La pubblicazione dei dati offrirebbe molto materiale alle autorità di vari paesi.
Le conseguenze giuridiche per gli interessati potrebbero essere pesanti e potrebbe quindi essere necessario correre ai ripari. «Se qualcuno dovesse temere di dover pagare dal punto di vista fiscale o penale - per esempio per violazione delle disposizioni in materia di riciclaggio - dovrebbe verificare se le autorità gli offrano la possibilità di un'autodenuncia per minimizzare il danno». Non si parla di pesci piccoli: il legale stima che nei veicoli del principato siano gestiti «decine di miliardi» di euro, trattandosi di strutture costose che «valgono la pena solo a partire da un patrimonio sostanzioso», precisa il 69enne.
Il colpo subito dal Liechtenstein arriva a due decenni dallo scandalo dei dati bancari venduti in Germania, ma il Principato ha riformato il diritto delle fondazioni nel 2009, tracciando un confine netto tra scopi privati e pubblici. «L'assoluto anonimato non è più garantito», ammette l'avvocato che in passato è stato anche direttore dell'archivio Thomas Mann al Politecnico federale di Zurigo.
«Il furto di dati rischia di danneggiare gravemente la reputazione del Principato come piazza finanziaria». Ma è sull'impatto per la Svizzera che l'esperto spende le parole più preoccupate. «L'opinione pubblica purtroppo non sempre fa una distinzione tra una fondazione del Liechtenstein e una elvetica: potrebbero anche essere sollevata l'accusa che con esse si facciano affari sporchi», avverte, sottolineando peraltro le profonde differenze strutturali fra le due nazioni. «In Svizzera non esistono veicoli come quelli del Liechtenstein con cui trasferire il patrimonio in modo flessibile da una generazione all'altra, anche le fondazioni familiari sono del tutto poco attraenti per questi scopi. Noi conosciamo qui principalmente fondazioni di utilità pubblica e fondazioni ecclesiastiche, nonché le fondazioni di previdenza vecchiaia del personale». L'avvocato non esclude peraltro che il furto possa alimentare pressioni internazionali affinché la Confederazione registri a sua volta i beneficiari economici delle fondazioni, «sebbene le fondazioni elvetiche praticamente non abbiano mai beneficiari economici, cioè terzi che possano controllare la fondazione».
A dimostrazione della differenza pratica, Sprecher cita un caso emblematico. «Mi sto occupando in questo momento della vicenda di un giovane uomo. Ha ereditato, ma è tossicodipendente. La sua famiglia vuole istituire per lui una fondazione che gli paghi semplicemente una rendita; se tra dieci anni dovesse liberarsi dalla sua dipendenza, allora potrà disporre del suo patrimonio. Diversamente che in Svizzera, questo è possibile in Liechtenstein».
Una situazione del genere, osserva, può essere dichiarata apertamente al fisco. Ma la notizia che qualcuno controlla una fondazione potrebbe attirare l'attenzione dei criminali. «Lo abbiamo visto, ad esempio, nel caso di cittadini svizzeri che si sono trasferiti, ad esempio, in Colombia. Lì, le informazioni provenienti dallo scambio automatico di dati sono facilmente accessibili ai delinquenti. Se qualcuno possiede ancora una casa in Svizzera può diventare rapidamente un bersaglio».
Riguardo al Liechtenstein si aspettano ora gli sviluppi della vicenda. Il governo di Vaduz ha attivato un comitato di crisi guidato dalla premier Brigitte Haas, una mossa che per Sprecher «mostra la portata e la dimensione del problema». A suo avviso resta da vedere «se il furto di dati avrà conseguenze politiche che andranno oltre il danno di reputazione».



