Trump minaccia nuovamente la Svizzera

La nuova escalation sui dazi minaccia le relazioni commerciali tra Washington e Berna, coinvolgendo anche Unione Europea, Canada e Cina. La SECO respinge le accuse.
La nuova escalation sui dazi minaccia le relazioni commerciali tra Washington e Berna, coinvolgendo anche Unione Europea, Canada e Cina. La SECO respinge le accuse.
WASHINGTON - Ci risiamo. Gli Stati Uniti hanno minacciato 60 Paesi con nuovi dazi, accusandoli di non aver impedito l’importazione di prodotti legati a presunto lavoro forzato o di non aver applicato adeguatamente i divieti già esistenti. Lo ha comunicato, nella tarda serata di martedì (ora locale), l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (Office of the U.S. Trade Representative).
Secondo quanto riferito, l’Unione Europea (UE), la Gran Bretagna e la Svizzera, insieme a Paesi di Africa, Asia e America Latina, oltre a Canada e Cina, potrebbero essere colpiti da dazi aggiuntivi compresi tra il 10 e il 12,5 per cento. «È inaccettabile che i nostri principali partner commerciali non intervengano contro l’importazione di merci prodotte con il ricorso al lavoro forzato. Questo costringe i lavoratori statunitensi a competere a livello globale in condizioni di concorrenza sleale», ha dichiarato il rappresentante per il commercio statunitense Jamieson Greer. «Non tollereremo più questa disparità».
Termine per le audizioni fino all’inizio di luglio
Il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti basa la propria decisione su un’indagine avviata il 12 marzo, come indicato nel comunicato. L’inchiesta riguardava il «mancato adempimento, da parte di diverse economie, dell’adozione e dell’efficace applicazione di un divieto di importazione per merci prodotte con il ricorso al lavoro forzato». I dazi, tuttavia, non entreranno immediatamente in vigore: sarà possibile presentare obiezioni fino al 6 luglio, mentre un’audizione è prevista per il 7 luglio.
Nel contesto della disputa legale sulla sua controversa politica commerciale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ottenuto a metà maggio una vittoria parziale. Un tribunale d’appello ha infatti sospeso temporaneamente la decisione di un’istanza che aveva dichiarato illegali i dazi temporanei imposti sulle importazioni globali. Di conseguenza, gli importatori devono continuare a pagare, per il momento, dazi del 10 per cento.
Da stabilire in che misura la Svizzera sarà penalizzata: le consultazioni sono in corso. In gioco c'è l'export delle nostre imprese, specie per i settori del farmaceutico, meccanico e del lusso.
La Seco aveva già respinto le accuse: «Il lavoro forzato è vietato in Svizzera»
La direttrice della Seco Helene Budliger Artieda ha dichiarato solo la scorsa settimana che la Svizzera si trova nei colloqui con gli USA «sugli ultimi metri». Si è detta fiduciosa che entro la scadenza fissata da Trump il 9 luglio si possa raggiungere un accordo. Oltre all'aliquota doganale generale del 10 percento, sono in discussione dazi aggiuntivi specifici per Paese; per la Svizzera finora si era parlato del 21 per cento.
Berna respinge con decisione le accuse di Washington sul lavoro forzato. Budliger Artieda aveva già dichiarato in aprile che il lavoro forzato è vietato in Svizzera dalla Costituzione, dal diritto civile e da quello penale. La Svizzera svolge un ruolo di pioniere a livello internazionale e ha inserito per prima il divieto del lavoro forzato nel diritto degli appalti pubblici. Inoltre, gli obblighi di diligenza per le imprese vengono ulteriormente rafforzati.
Secondo gli USA, tuttavia, alla Svizzera manca un esplicito divieto di importazione per prodotti derivanti dal lavoro forzato. Ciò potrebbe generare distorsioni della concorrenza, argomenta Washington. La Seco ribatte che non vi sono indicazioni che le pratiche commerciali svizzere danneggino le imprese statunitensi o che le catene di approvvigionamento legate alla Svizzera traggano vantaggio dal lavoro forzato. Dazi aggiuntivi non sarebbero quindi né giustificati né idonei a combattere il problema.







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