Diede fuoco al centro d'asilo dopo il rifiuto: espulso per cinque anni

Condannato anche a dieci mesi con la condizionale, il 33enne ha alle spalle un passato segnato dai traumi della guerra nel Nagorno Karabakh.
LANDQUART - L'uomo, che lo scorso giugno ha appiccato un fuoco all'interno del centro per richiedenti asilo a Trimmis, verrà espulso dalla Svizzera per cinque anni. Lo ha deciso oggi il Tribunale regionale di Landquart. Il 33enne è stato riconosciuto colpevole di aver appiccato l'incendio e aver causato dei danni.
La corte ha condannato il richiedente l'asilo a dieci mesi di pena detentiva con la condizionale e un periodo di prova di due anni per l'incendio appiccato in giugno al centro di transito a Trimmis. A differenza della Procura pubblica, i giudici non hanno ravvisato volontarietà nel causare il reato di incendio intenzionale. In quel momento, l'uomo non avrebbe avuto l'intenzione di ferire qualcuno o di arrecargli danno.
A seguito della condanna, il 33enne, che è rimasto in carcere per 143 giorni, verrà espulso dalla Svizzera per cinque anni. Stamattina, al termine del processo, l'uomo ha espresso il desiderio di tornare nel suo paese assieme alla sua famiglia.
L'azero è invece stato assolto dall'accusa di violazione di domicilio. Dieci giorni dopo l'incendio, l'imputato si è allontanato senza permesso dalla clinica psichiatrica Waldhaus ed è tornato al centro di transito, malgrado l'Ufficio cantonale per la migrazione e i diritti civili avesse imposto un divieto di accesso alla struttura.
Lo scritto non è però stato spiegato all'uomo, che non conosce il tedesco e non è quindi stato in grado di comprenderlo.
Trauma dopo la guerra del Nagorno Karabakh
Durante l'interrogatorio avvenuto stamane in tribunale, l'imputato ha dichiarato di non ricordare molte delle cose accadute. Ha affermato di trovarsi in uno stato di shock e di non aver commesso il fatto intenzionalmente. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto avvenuto.
Secondo l'atto d'accusa, il giorno dell'incendio il 33enne aveva ricevuto una decisione negativa sulla domanda d'asilo per sé e per la sua famiglia. A suo dire, in seguito a tale decisione, si era sentito «perso». Già da tempo l'uomo soffre di problemi psichici, ha spiegato oggi con l'aiuto di un traduttore. Il 33enne è stato al fronte durante il conflitto del Nagorno Karabakh fra Azerbaigian e Armenia, scoppiato nel 2020. Durante la guerra è rimasto ferito e traumatizzato.
L'incendio nel centro a Trimmis
L'incendio e i danneggiamenti si sono verificati nel tardo pomeriggio del 5 giugno. L'uomo ha infranto diverse vetrate, ha danneggiato un armadietto e ha appiccato il fuoco nel locale per le biciclette all'interno del centro di accoglienza e di transito vicino alla stazione ferroviaria di Untervaz, si legge nell'atto d'accusa della Procura pubblica dei Grigioni. Sul banco della parte civile siedono oggi due uffici cantonali: quello edile e quello per la migrazione e i diritti civili.
Al momento dell'incendio nel centro di transito Bahnhöfli si trovavano 97 persone, fra cui anche la moglie e i tre figli dell'imputato di sette e sei anni e nove mesi.
Il fuoco è stato posto sotto controllo dai pompieri. Le persone all'interno della struttura sono state sfollate e sistemate in alloggi temporanei.
Procura ha chiesto espulsione per dieci anni
«Il fatto che non si siano registrati decessi o ferimenti di terze persone è da attribuire a circostanze indipendenti dalla volontà dell'imputato», riferisce l'atto d'accusa. Secondo la Procura pubblica l'uomo ha agito per vendetta e ha appiccato il fuoco intenzionalmente. Per questo motivo ritiene una pena detentiva di 38 mesi senza la condizionale e un'espulsione dalla Svizzera per dieci anni una pena adeguata, è stato dichiarato oggi in aula.
La difesa ha invece chiesto una sanzione minore: otto mesi di detenzione con la condizionale e un'espulsione di un massimo di cinque anni. Secondo l'avvocato l'uomo non ha agito intenzionalmente, ma era sotto shock. Quel giorno il 33enne era a forte rischio di suicidio. Prima di appiccare il fuoco, infatti, si era ferito con un coltello al torace. All'esterno del centro si era poi colpito in testa con un sasso.
Inoltre secondo l'avvocato difensore occorre tenere conto del trauma lasciato dalla guerra. Anche la collaborazione dimostrata durante il procedimento deve essere considerata come una circostanza attenuante.
Nella sua decisione odierna, la corte regionale ha considerato entrambi i punti.




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