Crans-Montana, i fantasmi del 2001 e la lezione di Leuenberger

L’ex presidente della Confederazione ripercorre le crisi che segnarono la Svizzera quell'anno e invita a una gestione delle emergenze più flessibile e umana.
ZURIGO - Moritz Leuenberger conosce bene cosa significhi trovarsi al centro di una Svizzera sconvolta dalle emergenze. Nell’autunno del 2001, da presidente della Confederazione, si trovò a gestire in pochi mesi l’attentato di Zugo, l’incidente nel tunnel del San Gottardo, il grounding di Swissair e gli attentati dell’11 settembre. Oggi, davanti alle tragedie che hanno segnato anche quest’anno, quei ricordi sono tornati a galla. E con loro una convinzione: di fronte all’imprevisto, i piani di emergenza possono servire, ma non possono sostituire la capacità di reagire.
«Sì, moltissimo», risponde intervistato l’ex consigliere federale a Keystone-ATS, quando gli viene chiesto se gli eventi recenti gli abbiano ricordato il catastrofico autunno del 2001. Il riferimento è anche all’incendio di Crans-Montana, che lo ha riportato indietro di 25 anni. «È iniziato tutto la mattina del primo gennaio. Mi è stato subito chiaro che la vicenda avrebbe assunto proporzioni enormi e che la Svizzera si sarebbe ritrovata sul banco degli imputati. Mi sono tornati in mente molti ricordi di quel periodo. Ho persino scritto ad alcuni amici: "Ci risiamo"».
Critiche al Municipio di Crans-Montana
Secondo Leuenberger, però, la gestione della tragedia ha finito per aggravare ulteriormente l’immagine della Svizzera. «Purtroppo, è andata anche peggio. Ai morti e ai feriti, cosa già di per sé terribile, si sono aggiunti il dilettantismo del Comune, gli errori della Procura e l'invio di fatture in Italia». Una gestione che, a suo giudizio, ha avuto conseguenze ben oltre i confini nazionali: «L'intera Svizzera è stata messa in cattiva luce nei paesi vicini e in tutto il mondo. In parte mi sono vergognato e mi sono indignato per come si è reagito - per non parlare delle condizioni in quel bar e dei controlli di sicurezza».
Particolarmente severo è il giudizio sulla comunicazione del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, che aveva definito il Comune la principale vittima della tragedia. «Mi ha fatto rabbrividire: "Non può essere vero"». Leuenberger dice però di comprendere la reazione iniziale del sindaco: «Il Comune è davvero molto colpito e si ritrova improvvisamente sotto i riflettori di tutto il mondo, diventando l'imputato. È terribile, anche per un sindaco». Quello che non riesce a comprendere è che la frase sia stata ripetuta settimane dopo. «Ma il fatto che abbia poi ripetuto quella frase alcune settimane dopo in una conferenza stampa, pur essendo a conoscenza delle reazioni indignate, soprattutto provenienti dall'Italia, non riesco proprio più a capirlo. È stato un errore gravissimo, un affronto. E pensare che era stato persino consigliato da un'agenzia di pubbliche relazioni. Incredibile».
Non ci sono formule magiche
Se c’è una lezione che Leuenberger ha tratto dal 2001 è che non esiste un copione valido per ogni emergenza. Quando era presidente della Confederazione, preparava gli interventi e cercava rapidamente confronti con persone di fiducia. Per l’11 settembre si affidò soprattutto al suo staff, mentre dopo l’attentato di Zugo parlò con un amico psichiatra. «Queste discussioni mi permettevano di verificare: le mie parole potrebbero essere fraintese? Ci sono nuovi spunti, altri aspetti da prendere in considerazione?»
La stessa flessibilità, secondo lui, deve valere per la gestione concreta delle crisi. «No, nelle situazioni impreviste non esistono formule preconfezionate. Ogni caso presenta circostanze completamente diverse. Bisogna dare prova di flessibilità».
Anche la comunicazione istituzionale, aggiunge, non dovrebbe trasformarsi in un rituale vuoto. «Quando la prima frase è sempre la solita: "I nostri pensieri vanno alle vittime e ai loro cari", a me sembra semplicemente uno stereotipo, una frase fatta imparata a memoria che suona priva di empatia e di sentimento e che quindi non è più credibile». Meglio, sostiene, parole personali e autentiche.
Questa dimensione emotiva non è estranea nemmeno al ruolo istituzionale. Leuenberger ricorda di aver ricevuto migliaia di lettere durante l’autunno del 2001. «Il tenore era più o meno il seguente: "Proviamo tutti la stessa cosa". Le risposte non potevano sempre essere personalizzate. Ma ho sempre risposto. Chi scrive a un consigliere federale cerca il dialogo e per questo merita una risposta».
E quelle tragedie lo colpirono anche personalmente. «Anche a livello personale per me è stato un accumularsi di cose. In occasione dell'incidente aereo della Crossair mi sono detto: "Ma non finirà mai?"» Poi un episodio rimasto particolarmente impresso: durante una seduta del Consiglio federale gli venne consegnato un biglietto che annunciava un incidente nel tunnel del Gottardo. «Ho quasi perso il controllo e mi sono lasciato prendere dall'emozione». Leuenberger non si limitò allora alle parole. Dopo l’incidente del San Gottardo introdusse il cosiddetto sistema del «contagocce», che regola l’accesso dei camion alla galleria a determinati intervalli. «Era una misura che volevo da tempo, ma non ero mai riuscito a ottenere la maggioranza. Ho quindi colto l'occasione».
Le lezioni del 2001
Dopo l’attentato di Zugo vennero rafforzate le misure di sicurezza agli accessi dei parlamenti, compreso Palazzo federale, mentre il Canton Zugo istituì un difensore civico per mediare nei conflitti tra cittadini e autorità.
Anche la crisi Swissair portò a una risposta concreta: «Abbiamo organizzato una nuova compagnia aerea svizzera. Dopo alcune deviazioni è nata la Swiss, che è stata poi rilevata da Lufthansa». Ma proprio le crisi successive dimostrarono i limiti della pianificazione. «La crisi successiva è stata però quella di UBS. In quel caso le esperienze fatte con il grounding di Swissair non sono state quindi di grande utilità. Poi è arrivato il Covid, e in seguito il Credit Suisse, situazioni tutte fondamentalmente diverse. Il futuro, appunto, non è sempre prevedibile».
Da qui la sua posizione, netta, sui piani di emergenza: «In ogni caso a non molto. Non possiamo essere preparati a tutto». Anzi, una pianificazione eccessiva può persino diventare controproducente. «Ciò ci cullerebbe anche in un falso senso di sicurezza. Bisogna sempre rimanere flessibili e agire con prontezza».
La pandemia, la guerra in Ucraina e i dazi di Donald Trump sono, per Leuenberger, esempi della stessa dinamica: «Le cose vanno sempre diversamente da come le immaginiamo». E questo vale anche nella vita personale. «Quando si pianifica, si ragiona partendo dal presente. La realtà che si presenta in seguito ci costringe quindi poi ad agire in modo diverso. Questo vale anche in politica».
Non sprofondare nella rassegnazione
Il 2001 ha cambiato anche il modo in cui Leuenberger vede il proprio ruolo. «Prima di questi eventi non avevo mai preso questo ruolo troppo sul serio. Ma con le catastrofi le cose sono cambiate, perché mi sono trovato a dover assumermene pienamente la responsabilità. La mia distanza e l'ironia di prima sono svanite in un colpo solo».
Il suo messaggio, in definitiva, è rivolto a tutti: «Non abbiamo motivo di sprofondare nella rassegnazione totale. Dopotutto non viviamo su un cumulo di rovine». E conclude con un invito all’impegno, alla solidarietà e all’empatia, senza lasciarsi paralizzare dalla paura. Perché, dice Leuenberger, «Assumersi le proprie responsabilità non è un peso, ma è ciò che costituisce la nostra forza e la gioia di vivere».



