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«Alla Valascia avevo la pelle d'oca. E a volte dovevo uscire scortato»

L'ex arbitro di National League Danny Kurmann, con alle spalle oltre 2'000 partite, si è raccontato: «Tifosi ticinesi molto emotivi, bisogna avere la pelle dura»
«Alla Valascia avevo la pelle d'oca. E a volte dovevo uscire scortato»
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«Alla Valascia avevo la pelle d'oca. E a volte dovevo uscire scortato»
L'ex arbitro di National League Danny Kurmann, con alle spalle oltre 2'000 partite, si è raccontato: «Tifosi ticinesi molto emotivi, bisogna avere la pelle dura»
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LUCERNA - Ha diretto oltre 2'000 partite, calcando il ghiaccio delle arene più prestigiose del mondo, dai Mondiali ai Giochi olimpici, passando per le infuocate sfide della National League fra cui il derby ticinese. Eppure, la carriera di arbitro di Danny Kurmann è cominciata quasi per caso, con un braccio rotto e un allenatore che gli propose di cambiare ruolo.

Primo arbitro professionista a tempo pieno della Svizzera, l'oggi 60enne ha vissuto l'hockey da una prospettiva privilegiata, tra emozioni indimenticabili, decisioni contestate e persino minacce. Oggi, a quasi dieci anni dal ritiro, continua a essere protagonista di questo mondo dietro le quinte, all'interno della Federazione internazionale (IIHF). Lo abbiamo intervistato per ripercorrere la sua straordinaria carriera, tra ricordi della vecchia Valascia, derby incandescenti e riflessioni su un mestiere in cui, come ama ricordare, la perfezione non esiste.

Come, perché e quando hai deciso di diventare arbitro?
«Giocavo in una squadra giovanile di hockey a Lucerna e mi ruppi il braccio destro in uno scontro. Era il 1981 e dovetti restare fermo per alcune settimane e non potei tornare a giocare con la squadra. A quel punto l'allenatore mi chiese se fossi interessato a diventare arbitro di hockey a livello giovanile. All'inizio non ne ero entusiasta, ma decisi di provarci e alla fine scoprii che mi piaceva».

Nel 1997 sei diventato il primo arbitro professionista a tempo pieno della Svizzera. Quanto coraggio ci è voluto per lasciare il tuo lavoro "normale" e con quanto scetticismo ti sei dovuto confrontare all'epoca?
«All'epoca gli arbitri dilettanti della National League erano molto criticati. Anch'io mi rendevo conto che, con il mio lavoro principale, non riuscivo a prepararmi in modo ottimale per l'hockey professionistico. Il tempo che potevo dedicare alla preparazione delle partite e agli allenamenti era ridotto al minimo, e anche quello per recuperare era molto limitato, perché allo stesso tempo dovevo recuperare le ore di lavoro perse. Era una lotta continua riuscire a ritagliarmi il tempo necessario per questa passione così impegnativa, senza trascurare il lavoro e la vita sociale. All'epoca avevo 31 anni ed ero più che disposto a lanciarmi nell'avventura di trasformare l'arbitraggio in una professione. Volevo scoprire fin dove sarei potuto arrivare senza dover trovare scuse legate alla mancanza di tempo. Firmai il mio primo contratto di sette mesi ed ero assolutamente pronto a tentare questa strada da solo. Ci furono molte voci critiche, soprattutto tra gli arbitri, ma ricevetti anche molto sostegno per la mia decisione».

Hai diretto oltre 2'000 partite, tra National League, Coppa Spengler, Mondiali e Giochi olimpici. C'è stata un'arena o una tifoseria che, più delle altre, ti ha fatto tremare le gambe quando arbitravi? C'è una partita che ti ha segnato particolarmente?
«Con così tante partite alle spalle si acquisisce una certa routine, ma ogni incontro può riservare imprevisti. Spesso una partita viene giudicata facile da arbitrare solo dopo che è finita, ma non si può mai sapere cosa potrebbe succedere. Questa consapevolezza ti tiene sempre all'erta... E sì, alcune partite sono state più stressanti e difficili da dirigere rispetto ad altre. Quello che mi rimarrà sempre impresso è gara 7 della finale dei playoff a Berna contro lo Zurigo, nell'aprile 2012. Con il risultato in parità e appena 2,5 secondi da giocare, lo ZSC segnò il gol decisivo. Fu una situazione estremamente concitata e caotica. All'epoca la prova video poteva essere utilizzata soltanto per verificare se il disco avesse superato la linea di porta».

La Valascia oggi non esiste più... Quanto era speciale arbitrare in quella pista?
«La Valascia era un luogo carico di energia, con un pubblico davvero molto appassionato. Ogni fischio, o mancato fischio, veniva sempre commentato a gran voce, che fosse giusto oppure, di tanto in tanto, sbagliato. Sentivo quell'energia sul ghiaccio e mi piaceva affrontare questa sfida particolarmente impegnativa, soprattutto nei derby contro il Lugano. Anch'io avevo la pelle d'oca quando, dopo la partita, tutti cantavano "La Montanara" a squarciagola. Ogni tanto, anche se non sempre, dovevo lasciare lo stadio accompagnato dagli addetti alla sicurezza, che ci scortavano fino ai nostri veicoli».

I tifosi ticinesi sono troppo severi con voi arbitri?
«Sono molto, molto emotivi... Le emozioni possono essere espresse in modi diversi e, come arbitro, bisogna avere la pelle dura».

In passato hai raccontato che, dopo una partita, tua figlia era stata minacciata a scuola. Che ricordi hai di quello spiacevole episodio?
«No, a scatenare quell'episodio furono alcune dichiarazioni "sconsiderate" dell'allora allenatore dello Zugo. Vivo in quel cantone, la gente conosceva me e mia figlia... E anche lì ci sono alcuni tifosi fanatici. Più o meno in quel periodo ricevetti anche una lettera anonima, con timbro postale di Piotta, in cui mi si diceva che non avrei mai più dovuto attraversare in auto la galleria del San Gottardo, altrimenti mi sarebbe successo qualcosa di terribile...».

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Passiamo alla vita di oggi... Quali sono le tue responsabilità all'interno dell'IIHF?
«Lavoro lì da quasi nove anni e il mio compito è contribuire alla selezione dei fischietti per gli impegni internazionali, organizzare la fase di preparazione, definire i punti fondamentali e le linee guida per l'interpretazione delle regole e trasmetterli ai rispettivi istruttori. Partecipo inoltre personalmente a molti tornei e faccio del mio meglio per sostenere gli arbitri e rispondere alle domande delle squadre. Sì, è un lavoro molto vario e mi piace. Sono costantemente in contatto con il mondo dell'hockey con tutte le persone coinvolte in questo sport: è come una grande famiglia».

Quanto è cambiato il mondo dell'arbitraggio rispetto a quando dirigevi le partite?
«Il gioco è diventato ancora più veloce. I giocatori sono ancora più atletici e noi dobbiamo affidarci molto di più alla tecnica per prendere decisioni migliori. Quello che non cambia è che non ci sarà mai una partita perfetta, senza errori, né da parte dei giocatori né da parte degli arbitri».

Ritieni che il livello degli arbitri in Svizzera sia buono? Perché i fischietti elvetici vengono selezionati solo raramente per i Mondiali e le Olimpiadi?
«Gli arbitri svizzeri svolgono un buon lavoro nei tornei internazionali. Dobbiamo assicurarci di avere un numero sufficiente di giovani di talento e creare le condizioni giuste affinché possano crescere allo stesso modo dei giocatori del nostro massimo campionato».

Quando ti sei ritirato, nel 2017, avevi detto che avresti provato un senso di vuoto all'inizio della stagione successiva. Il ruolo nell'IIHF ti ha aiutato a superare quella "nostalgia della pista"?
«Sicuramente. Quel vuoto è stato colmato. Ora ho più tempo per godermi le belle estati e posso persino andare in Sardegna una volta a settembre, cosa che non avevo mai potuto fare per oltre vent'anni».

Hai mai pensato di lasciare l'hockey per dedicarti a qualcos'altro?
«L'hockey è parte integrante della mia vita. Sono molto felice e grato per tutte le esperienze che questo sport mi ha regalato. Ma nella prossima vita mi piacerebbe diventare un giocatore davvero bravo... (ride, ndr)».

IMAGO / ITAR-TASS

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