Il franco svizzero torna a correre: «L'euro si indebolirà ancora»

La valuta beneficia delle continue incertezze nell’Eurozona, consolidando il suo ruolo di bene rifugio.
La valuta beneficia delle continue incertezze nell’Eurozona, consolidando il suo ruolo di bene rifugio.
ZURIGO - La nuova crisi del mercato obbligazionario europeo fa tornare i fantasmi dell'Eurozona: debiti, disciplina di bilancio e divergenze strutturali restano irrisolti. È l'avvertimento di Thomas Stucki, capo degli investimenti della Banca cantonale di San Gallo, che vede il franco rafforzarsi sull'euro entro fine anno.
«Di recente l'euro ha potuto presentarsi come un'alternativa al dollaro, soprattutto per i grandi investitori che vogliono ridurre la loro esposizione alla valuta americana», spiega l'esperto in un'intervista pubblicata oggi dal portale Cash. «Ora agli stessi investitori viene però ricordato che i problemi fondamentali dell'Eurozona, come i debiti di molti paesi, la loro mancanza di disciplina di bilancio e le differenze strutturali tra gli stati, non sono stati risolti».
La nuova fase di tensione ha avuto ripercussioni anche sul cambio tra euro e franco. In poco tempo, la valuta elvetica si è apprezzata, con il corso della moneta europea sceso da 95 a 93 centesimi, prima di fermarsi temporaneamente. «La prima reazione è passata: l'entità dell'indebolimento ha anche a che fare con il fatto che molti rialzisti sull'euro sono stati colti di sorpresa», osserva lo specialista. Un ritorno ai livelli di forza dell'euro registrati durante l'estate nei confronti del franco appare tuttavia improbabile. «Non lo vedo, perché la questione francese non scomparirà così rapidamente dai radar».
La situazione finanziaria della Francia è difficile. «Il problema è rappresentato dal deficit di bilancio pari a circa il 5% del prodotto interno lordo, che non può essere compensato da una debole crescita nominale dell'1,9%. Il rapporto debito/Pil è quindi destinato a crescere ulteriormente e non si intravede alcuna volontà politica di adottare dolorose misure di austerità». I partiti populisti agli estremi opposti dello spettro politico, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, fanno piuttosto a gara a chi promette di distribuire ancora più denaro. «Le immagini attuali delle proteste giovanili e l'impotenza del governo non trasmettono certo l'immagine di un debitore stabile e affidabile».
Le incertezze legate alla Francia e le tensioni sui mercati obbligazionari continueranno dunque a pesare sulla moneta unica. Per la fine dell'anno, Stucki prevede un euro più debole rispetto ai livelli attuali, ma ancora al di sopra della soglia dei 90 centesimi. «La nostra previsione non è cambiata, perché avevamo giudicato non sostenibile il rialzo del corso dell'euro fino a quasi 95 centesimi».
Il rafforzamento del franco ha conseguenze anche per l'economia svizzera. Una valuta nazionale più forte riduce il costo dei beni importati e contribuisce a contenere l'inflazione: un effetto potenzialmente favorevole per la Banca nazionale svizzera (BNS), soprattutto dopo la recente accelerazione dei prezzi.
Ma, secondo Stucki, il quadro presenta anche un rovescio della medaglia. «La rapidità del rafforzamento del franco ha mostrato alla banca centrale che le cose possono cambiare molto velocemente quando il franco viene nuovamente ricercato come bene rifugio». Per la BNS, aggiunge, «un forte apprezzamento della valuta elvetica rimane un pericolo maggiore e più probabile rispetto a un indebolimento».
Di conseguenza sul fronte dei tassi il professionista che in passato ha lavorato anche per la stessa BNS non prevede una svolta imminente. Nonostante l'inflazione sia salita all'1,0% in settembre, la dinamica dei prezzi rimane compatibile con gli obiettivi della banca guidata da Martin Schlegel e non giustifica, al momento, una modifica del costo del denaro. «Anche la congiuntura non richiede interventi restrittivi o di sostegno e, nel complesso, la situazione del franco appare tranquilla».
L'istituto potrebbe però voler preparare il terreno per le prossime fasi difficili. «La BNS deve avere interesse ad abbandonare prima o poi i tassi zero e a crearsi un margine per possibili riduzioni dei tassi nelle crisi future». Per questo motivo, secondo Stucki, «il prossimo passo sui tassi di riferimento sarà dunque verso l'alto». La prima stretta monetaria è comunque da attendere soltanto per il prossimo anno, anche se la tempistica dipenderà dall'evoluzione dei tassi all'estero.
Intanto malgrado l'aumento dei rendimenti obbligazionari, i mercati azionari continuano a mostrare una notevole capacità di tenuta. «Gli investitori si sono abituati alle difficoltà politiche e ai tassi elevati», osserva Stucki. «L'economia mondiale riesce a gestire le nuove condizioni quadro meglio di quanto si temesse e la maggior parte delle aziende parla più di crescita che di crisi». A sostenere i listini contribuiscono inoltre gli investimenti nelle infrastrutture per l'intelligenza artificiale, che continuano a generare notizie positive.
Neppure il superamento della soglia del 5% per i rendimenti dei titoli di stato statunitensi decennali ha provocato, finora, scosse significative sulle borse. La soglia era a lungo considerata un possibile punto critico per le azioni, ma i rendimenti sono arrivati al 5,25% senza innescare una fuga generalizzata dagli investimenti azionari.
«Non esiste un livello al quale gli investitori passino in massa dalle azioni alle obbligazioni», argomenta l'esperto. Il rischio maggiore non è rappresentato da una soglia precisa, bensì dalla velocità e dall'intensità di un eventuale rialzo dei rendimenti. «Più pericoloso per le azioni sarebbe un aumento rapido e incontrollato dei rendimenti, perché un movimento del genere sarebbe un segnale di una paura fondamentale per la stabilità economica degli Stati Uniti». Uno scenario simile richiederebbe però un evento dirompente, paragonabile allo shock provocato dai dazi annunciati dal presidente Donald Trump nell'aprile 2025.




