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«Soffrire insieme fa crescere la squadra»

Lassi Laakso svela i segreti della preparazione estiva del HC Lugano: programmi sempre più personalizzati, dati, recupero e soprattutto sonno. «Non esiste più il giocatore che sparisce per quattro mesi».
«Soffrire insieme fa crescere la squadra»
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«Soffrire insieme fa crescere la squadra»
Lassi Laakso svela i segreti della preparazione estiva del HC Lugano: programmi sempre più personalizzati, dati, recupero e soprattutto sonno. «Non esiste più il giocatore che sparisce per quattro mesi».
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LUGANO - Per i giocatori è spesso la fase più faticosa e meno amata dell’estate. Per una squadra, però, è il momento in cui si gettano le fondamenta della stagione. Forza, potenza, resistenza, prevenzione e recupero: la preparazione atletica è un lavoro invisibile, ma decisivo. Ne abbiamo parlato con Lassi Laakso, head of performance dell’HC Lugano, per capire come i bianconeri hanno impostato l’estate e quanto sia cambiato il modo di preparare un atleta professionista.

«Abbiamo trascorso dieci settimane insieme a Lugano. Dopo la stagione i giocatori hanno avuto un periodo di vacanza, seguito da una settimana di ripresa individuale. Da inizio maggio abbiamo poi lavorato a Lugano fino alla prima parte di luglio. Successivamente hanno avuto altre tre settimane di allenamento individuale, prima di ritrovarci tutti il primo agosto».

Un’estate tutt’altro che lineare, anche perché la composizione del gruppo cambia continuamente. «Soprattutto all’inizio ci sono tantissimi cambiamenti e di settimana in settimana cambia chi abbiamo a disposizione».

«Mi hanno impressionato in tanti»
C’è qualcuno che ha colpito Laakso più degli altri per impegno e disponibilità? Il responsabile della performance, che lavora con i bianconeri da 13 anni, preferisce non fare nomi. «Tendo a non farne in questi casi. Posso però dire che sono rimasto colpito da davvero tanti giocatori. Abbiamo un gruppo che ha lavorato molto bene durante l’estate e questo si è visto in più di un elemento».

Sempre più programmi su misura
Se un tempo la preparazione era soprattutto collettiva, oggi la parola d’ordine è individualizzazione. «È probabilmente uno degli aspetti che è cambiato maggiormente negli anni. In passato c’era la tendenza ad allenarsi come gruppo, con molte meno differenze individuali. Da parecchio tempo, invece, il trend è quello di sviluppare ogni singolo giocatore».

Le differenze riguardano praticamente ogni aspetto della preparazione: «In sala pesi lavoriamo sulla massa muscolare, sulla forza e sulla potenza, ma anche sulla prevenzione e sull’equilibrio muscolare. Lo stesso vale per il lavoro cardiovascolare, dove cambiano metodologie, intervalli e obiettivi. Praticamente ogni giocatore ha un programma costruito sulle proprie esigenze».

Individualizzare, però, non significa dimenticare il gruppo. «È importante avere sessioni in cui l’obiettivo è stare insieme e lavorare duro», ricorda il 43enne. «Abbiamo anche due allenamenti settimanali sul ghiaccio, dedicati allo sviluppo tecnico, alle skills e al gioco. In questo modo otteniamo anche un importante lavoro cardiovascolare».

E poi ci sono le fatiche collettive, come quelle sulla scalinata di Lugano. «In quei casi si lavora come squadra e i benefici vanno oltre l’aspetto puramente fisiologico. Soffrire insieme fa parte di ciò che fa crescere un gruppo. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra obiettivi individuali e lavoro collettivo».

L’estate non è più una zona franca
Esiste un errore tipico che i giocatori commettono durante la pausa? Laakso non ne individua uno in particolare. «Oggi i giocatori sono professionisti e hanno capito quanto sia importante il lavoro estivo».

Sono lontani, insomma, i tempi in cui si tornava sul ghiaccio dopo mesi di totale inattività. «Non esiste più il giocatore che sparisce per quattro mesi e poi torna senza che tu sappia cosa abbia fatto. Tutti vogliono prendersi cura della propria performance e della propria preparazione fisica, perché alla fine è la loro carriera».

I numeri aiutano, ma non decidono
Nel lavoro di Laakso il monitoraggio dei dati ha ormai un ruolo centrale. «Misuriamo tutto ciò che riguarda la performance fisica: biomeccanica, forza, potenza, fisiologia, movimento e carico di lavoro. Quello che misuriamo ci permette di monitorare, sviluppare e, speriamo, migliorare».

I numeri consentono anche di confrontare ogni giocatore con gli standard della National League e con i dati storici del club. «Sappiamo quali parametri vogliamo raggiungere e, quando un giocatore è al di sotto, possiamo capire in quale direzione lavorare».

Attenzione, però, a non trasformare i dati in verità assolute. «Un dato da solo non dice mai niente. Bisogna capire cosa stiamo misurando, perché lo facciamo e come interpretiamo il valore. È proprio lì che si può fare la differenza, ma anche commettere errori».

Il principio è chiaro: «Non dobbiamo cercare di far dire ai dati quello che vogliamo sentire», sottolinea Laakso. «Dobbiamo analizzarli nel modo migliore possibile per capire come migliorare».

Il sonno, l’altra grande partita
Nella preparazione di un professionista, il recupero vale quanto il lavoro. E il sonno è diventato un tema centrale. E soprattutto per il Lugano è una questione delicata: «Giochiamo spesso tre partite a settimana, abbiamo i back-to-back nel weekend e siamo una delle squadre che viaggia di più. Tornare a casa tardi significa avere un sonno potenzialmente più irregolare e una maggiore possibilità di accumulare una carenza rispetto a chi rientra prima».

Anche per questo la società è intervenuta sulla programmazione. «Abbiamo cambiato l’orario degli allenamenti sul ghiaccio alla Cornèr Arena e quest’anno ci alleneremo un po’ più tardi al mattino. L’obiettivo è dare ai giocatori più tempo per poter dormire e recuperare».

Anche in questo ambito entrano in gioco i dati. «Molti giocatori utilizzano strumenti personali per monitorare il wellness. Non entro nel dettaglio dei prodotti: quello che ci interessa sono soprattutto i trend. Sappiamo che la qualità del sonno è fondamentale sia per la performance sia per la prevenzione degli infortuni».

Sei ore possono bastare?
Non esiste una quantità di sonno ideale valida per tutti. «C’è una forte componente individuale e bisogna considerare non solo la quantità, ma soprattutto la qualità. Conta anche la regolarità, sia nell’andare a dormire sia nel risveglio».

Nel mondo dell’hockey, però, mantenere ritmi regolari è tutt’altro che semplice. «Partite e viaggi rappresentano una grande sfida. Cerchiamo quindi di lavorare intorno a questo problema per migliorare il più possibile la qualità del recupero».

Quando la notte non basta, possono essere d’aiuto anche «sieste e power nap». Attenzione, inoltre, all’igiene di vita, «dall’esposizione alla luce degli schermi al consumo di caffeina».

Il lavoro dello staff, insomma, non finisce in palestra né sul ghiaccio. «Cerchiamo di dare ai giocatori i migliori consigli possibili anche per la loro vita personale. E programmiamo gli allenamenti in modo da permettere loro di dormire e recuperare il più possibile».

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