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CICLISMO

Pogačar, che paura: «Basta poco e si rischia la paralisi»

L’ex ciclista ticinese Antonio Ferretti ricostruisce la drammatica caduta alla Vuelta: «È stata una serie di circostanze sfavorevoli, non darei la colpa a nessuno».
Pogačar, che paura: «Basta poco e si rischia la paralisi»
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Pogačar, che paura: «Basta poco e si rischia la paralisi»
L’ex ciclista ticinese Antonio Ferretti ricostruisce la drammatica caduta alla Vuelta: «È stata una serie di circostanze sfavorevoli, non darei la colpa a nessuno».
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MADRID - La speranza di Tadej Pogačar di completare la Tripla Corona - ovvero conquistare, in carriera, tutti e tre i grandi giri - si è infranta all’ottava tappa di una Vuelta fino a quel momento dominata. Un sasso, o forse una piccola telecamera, lasciato sulla strada ha innescato una tremenda caduta: la Tripla Corona si è trasformata in una doppia frattura, alla clavicola e alla cervicale. In un attimo, il sorriso del campione sloveno ha lasciato spazio a una smorfia di dolore.

Per ricostruire la dinamica dell’incidente e capire quanto ci sia stato di casuale, abbiamo sentito l’ex ciclista ticinese Antonio Ferretti. Secondo lui, parlare di responsabilità sarebbe ingeneroso: «È stata una serie di circostanze sfavorevoli. La prima, ormai è appurato, è la presenza di questo oggetto sulla strada: alcuni corridori dicono che fosse un sasso, altri una piccola telecamera. Il gruppo era compatto, aveva appena affrontato uno sprint intermedio e viaggiava a velocità elevata. Poi iniziava una salita, quindi c’era tutto quel nervosismo che accompagna queste situazioni».

A complicare ulteriormente le cose c’è un dettaglio raccontato da un compagno di squadra dello sloveno: «Stava bevendo da una borraccia e aveva quindi una sola mano sul manubrio. Ha perso completamente il controllo della bici a una velocità abbastanza elevata ed è caduto in avanti. Per questo ha battuto violentemente faccia, collo e clavicola sull’asfalto. È stata proprio sfortuna. Tecnicamente sulla bicicletta, lui è il migliore insieme a Van der Poel. Ed è già scampato ad altre cadute, come quella di qualche giorno prima in quel tornante in discesa».

«Non darei la colpa agli organizzatori»
Insomma, una fatalità. E Ferretti non se la sente di puntare il dito contro gli organizzatori della Vuelta: «Di solito passano anche prima a pulire la strada. Però transitano un sacco di auto e moto e può capitare che qualcosa venga trascinato sulla carreggiata».

L’ex corridore ricorda un episodio vissuto in prima persona, che ebbe come protagonista un altro grande favorito: Gianni Bugno. «Durante una tappa del Giro d’Italia, proprio davanti a me, gli si infilò qualcosa nella ruota anteriore. Non so se fosse una marmitta o un tubo di un’automobile. Stavamo andando fortissimo, fece un volo tremendo e si ruppe la clavicola. Anche lui si ritirò ed era il grande favorito di quel Giro».

Bici sempre più veloci
Nella dinamica delle cadute moderne, secondo Ferretti, c’è poi un altro elemento da considerare: biciclette sempre più performanti, ma anche meno indulgenti di fronte all’errore. «Si arriva facilmente a 60 all’ora e una caduta a quella velocità è molto più devastante rispetto a una a 40 all’ora, come poteva succedere ai miei tempi. Queste bici sono straordinarie per resa, aerodinamica e capacità di sfruttare tutta la forza del corridore. Ma basta un minimo errore e sei per terra. Sono meno governabili».

Il paragone è con lo sci: «Faccio sempre l’esempio dei carving: ti permettono di fare curve ad altissima velocità, ma se imposti male la curva vai fuori e ti spacchi».

«A Locarno, invece, fu una leggerezza»
Ferretti fa però una netta distinzione rispetto a un altro incidente che aveva coinvolto, durante il Tour de Suisse a Locarno, la compagna di Pogačar. In quel caso, secondo l’ex ciclista, le responsabilità dell’organizzazione erano più evidenti.

«Lì, secondo me, c’era una chiara responsabilità dell’organizzazione. Io ero passato mezz’ora prima in bicicletta e avevo visto, poco prima dell’ultimo chilometro, questo scalino che faceva fare un salto. Mi sono detto: “Non è possibile. All’ultimo chilometro, con una curva a gomito sul lungolago prima del traguardo, una cosa del genere è pericolosa”. Se fossero arrivati in volata, si sarebbe rischiato grosso».

«Quella fu una leggerezza degli organizzatori e della commissione sicurezza dell’UCI. Quello che è successo a Pogačar, invece, non lo si può imputare a nessuno. Nemmeno al corridore».

«La cervicale è ciò che preoccupa di più»
Nella sfortuna, Pogačar può comunque considerarsi fortunato. Una caduta del genere, a quella velocità, avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori. «È la frattura cervicale quella più preoccupante. Basta poco e si rischia la paralisi», sottolinea Ferretti.

La stagione dello sloveno, salvo clamorosi recuperi, sembra però ormai compromessa. La frattura della clavicola sinistra era scomposta e ha richiesto un intervento chirurgico effettuato lunedì 31 agosto a Barcellona. «Penso proprio che la sua stagione sia finita. Ultimamente abbiamo assistito a rientri miracolosi, ma non penso sia questo il caso. I Mondiali sono tra un mese e tornare in salute dopo una caduta del genere, per poi allenarsi e prepararsi a un appuntamento così importante, mi sembra impossibile. Anche perché per rimettere in sesto la clavicola servono circa sei settimane».

«Senza Pogačar la Vuelta è più interessante»
La Vuelta perde così il suo padrone. Al momento del ritiro, Pogačar aveva quasi quattro minuti di vantaggio sull’attuale maglia rossa Enric Mas. E la corsa, inevitabilmente, cambia volto.

«Dispiace dirlo, ma senza Pogačar la Vuelta diventa più interessante e imprevedibile», ammette Ferretti. «Ci sono tre o quattro corridori racchiusi in due minuti che possono lottare per la vittoria finale. E anche il Mondiale - in programma il 27 settembre a Montréal - diventa molto più aperto, senza il vincitore delle ultime due edizioni».

Una cosa, però, è certa: la Tripla Corona dovrà aspettare. E per Pogačar, prima ancora dei grandi traguardi, ora è il momento di rimettersi in piedi.

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