«Faccio fatica a chiamarlo Tour de Suisse»

Antonio Ferretti critica il nuovo formato della corsa ridotta su cinque tappe: «Ha perso prestigio e identità». Ma con Pogacar, Van der Poel, Roglic e Pidcock in gara, lo spettacolo resta garantito.
Il Mondiale in Nord America sta monopolizzando l’attenzione mediatica, almeno sul fronte sportivo. Alle nostre latitudini, però, è tempo dell’89esima edizione del Tour de Suisse. Una corsa che, pur potendo contare su campioni come Pogacar, Van der Poel, Roglic e Pidcock, ha perso parte della propria identità.
Da quest’anno, infatti, la gara elvetica si articola su sole cinque tappe. Una scelta che ha fatto storcere il naso anche ad Antonio Ferretti. «Se mi permetti, voglio dire che è un Tour de Suisse snaturato, che ha perso il prestigio e il blasone di un tempo», esordisce l’ex ciclista ticinese. «Mi stupisce che questa trasformazione venga sottolineata così poco. Quando correvo io, negli anni Ottanta e Novanta, il Tour de Suisse durava dieci giorni ed era considerato la quarta corsa a tappe più importante al mondo, dopo Giro d'Italia, Tour de France e Vuelta. Da Merckx in avanti, tutti i grandi campioni volevano vincerlo».
I tempi, però, cambiano. Prima la riduzione a otto tappe, poi il taglio ancora più drastico introdotto quest'anno. Una decisione che gli organizzatori hanno giustificato con l’aumento dei costi, le crescenti difficoltà logistiche, la carenza di volontari e gli obiettivi di sostenibilità. «Cinque giorni non bastano per parlare di una vera corsa a tappe», osserva con delusione l’esperto. «Oggi è più un giro in bus, con una serie di tappe ad anello sparse per la Svizzera».
La prima, peraltro, si disputa interamente in territorio italiano. «È vero che il “Grand Départ” all’estero è ormai consuetudine», sottolinea ancora l’ex ciclista. «Ma qui il problema è un altro: non c’è più una corsa che attraversa il Paese da una regione all’altra. Ci sono cinque circuiti indipendenti: a Sondrio, Locarno, Bad Ragaz, la cronometro di Aarburg e infine Villars-sur-Ollon. È una soluzione più semplice per la gestione delle strade e della sicurezza, ma si perde completamente lo spirito originario del Tour de Suisse».
Un cambiamento che l’ex professionista vive con particolare amarezza. «Ho corso questa gara sette volte e l’ho seguita per circa vent’anni come giornalista. Era una corsa prestigiosa, riconosciuta a livello internazionale. Oggi è stata impoverita e ha perso parte della sua anima». Vi è però anche una bella novità: «Il lato positivo di questo Tour de Suisse - ricorda Ferretti - è che la gara femminile si terrà in parallelo e sugli stessi tracciati di quella maschile. Ogni giorno quindi si disputeranno due tappe - una maschile e una femminile - con partenza e arrivo nello stesso luogo».
Se il contenitore convince meno, il contenuto resta però di altissimo livello. La presenza di Pogacar, Van der Poel, Roglic e Pidcock promette infatti cinque giorni di grande ciclismo. «Con questi nomi in gara sarà impossibile annoiarsi», spiega Ferretti. «Il percorso non è troppo duro e quindi attira anche chi sta preparando il Tour de France. Mi aspetto tappe combattute, corse aggressive e spettacolo praticamente ogni giorno».
Quanto al favorito, per Ferretti ci sono pochi dubbi. «Quando Pogacar si presenta al via, corre sempre per vincere. Quest'anno non ha corso tantissimo, ma ha sempre vinto, Roubaix a parte. La tappa di Locarno, poi, passa praticamente davanti alla casa del suo manager Mauro Gianetti, quindi immagino che voglia fare fuoco e fiamme».
Attenzione, però, anche agli altri big. «Pidcock su questi strappi e soprattutto in discesa può fare male a tutti. E anche Van der Poel trova un percorso molto adatto alle sue caratteristiche, con salite brevi ed esplosive. A parte l’arrivo di Villars, non ci sono ascese in grado di tagliarlo fuori».
Insomma, lo spettacolo non mancherà. «Dal punto di vista ciclistico saranno comunque cinque giorni belli, intensi e divertenti», conclude Ferretti. «Ma io continuo a fare fatica a chiamarlo Tour de Suisse».



