Investire nella pace e nella cooperazione. Un NO consapevole il 29 novembre

Usman Baig, economista Aziendale SUP, membro del Comitato cantonale I Verdi
Oggi è vietato esportare materiale bellico, commercio di armi e munizioni svizzeri verso paesi coinvolti in conflitti internazionali o guerre civili; la revisione concederebbe al Consiglio federale, a determinate condizioni, un maggiore spazio di manovra. Questo indebolimento delle regole permetterebbe di vendere e trasferire armi svizzere ai regimi totalitari e Stati antidemocratici. Si tratta di una revisione contraria all’etica e ai valori svizzeri.
Questa votazione ci fornisce un momento straordinario per riflettere sui veri temi - il rapporto tra economia ed etica, tra interesse nazionale e responsabilità internazionale, tra ciò che possiamo fare e ciò che, in coscienza, dovremmo fare.
La Svizzera deve creare occasioni di dialogo, organizzare negoziati tra le parti, mettere a disposizione i propri buoni uffici, aumentare la cooperazione internazionale e parlare con i partner coinvolti nei conflitti.
Se il Paese diventa più permissivo nell'esportare il materiale bellico, rischia di perdere credibilità. Se contribuisce ad alimentare i conflitti, anche solo in modo indiretto, sarà difficile che venga riconosciuto come mediatore imparziale o promotore di pace.
Il nostro Paese si fonda su una solida tradizione umanitaria - nel 1859 il ginevrino Henry Dunant vide donne del posto curare i soldati di entrambi gli schieramenti a Solferino ripetere “Tutti fratelli”. Da quella scena nacquero la Croce Rossa e le Convenzioni di Ginevra, e nel 1901 Dunant ricevette il primo Premio Nobel per la Pace. Molte altre personalità svizzere hanno espresso pensieri simili in modo diverso - Friedrich Dürrenmatt, nei Fisici, raccontò di scienziati che capiscono troppo tardi che non possono cancellare quello che sanno.
Denis de Rougemont, scrittore e filosofo svizzero, pensava che solo la cooperazione tra i popoli potesse durare al posto del nazionalismo armato.
Il premio Nobel per la letteratura Carl Spitteler, nel 1914, disse ai suoi concittadini di restare uniti nonostante le divisioni e di non lasciarsi trascinare dall’odio dei popoli vicini. Pestalozzi vedeva il futuro dei popoli nell’educazione e nella formazione, non nella forza.
Questo unisce i nostri saggi: la Svizzera ha peso nel mondo per quello che costruisce nella pace e nei rapporti tra popoli, non per quello che vende come materiale bellico.
Dobbiamo continuare a lavorare per una pace che duri, usando i mezzi che conosciamo: la mediazione e la diplomazia che fermano i conflitti prima che inizino.
Dobbiamo creare collaborazione, aiutando i Paesi più deboli con progetti comuni di ricerca, formazione, attenzione all’ambiente e crescita economica. Dobbiamo anche puntare sullo sviluppo, portando acqua, energia pulita, cure e scuole dove non ci sono.
Così il nostro sapere e la nostra innovazione salvano vite invece di distruggerle. Queste sono capacità molto umane e, come un frutteto, hanno bisogno di tempo, cura e pazienza. Soprattutto serve la forza di non svenderle per un guadagno facile.
Dire NO il 29 novembre vuol dire ricordare da dove veniamo: da Dunant, non dai trafficanti di armi; da Pestalozzi, non dai capi delle guerre. Vuol dire tenere viva una piccola speranza, così che un giorno qualcuno possa dire di noi quello che Nobel voleva si dicesse di lui: che abbiamo lavorato per la fratellanza tra i popoli.



