L’incondizionata condanna alla violenza a geometria variabile

David Marín, libero professionista
Al festival delle opinioni sulle manifestazioni dei giovani, sui vandalismi e saccheggi in Francia e in Italia c’è un gruppo che suona un pezzo all’unisono, ad libitum, fino allo sfinimento.
La violenza va condannata senza se e senza ma, ripetono. Ogni ulteriore riflessione respinta poiché, «con la scusa di spiegare la violenza» la giustificano, come afferma Alessandro Speziali, presidente del PLRT. Fa il coro a Natalia Ferrara, vicepresidente, che sentenzia: «Mascalzoni o maranza – chiunque essi siano: sono teppisti, punto». Un verdetto che denota l’ignoranza riguardo agli autori mentre chiude a un indispensabile approfondimento.
Mi associo alla condanna della violenza – non sia mai che la solita caciara mi accusi di giustificarla. Rappresentanti di istituzioni, forze politiche e chi interviene nel dibattito pubblico hanno però anche il dovere di guardare la realtà in tutte le sue dimensioni senza eliminare quelle più scomode e che non convengono ai loro interessi. Condannare non dispensa dal chiedersi chi sono gli autori, in quali contesti economico-sociali vivono, perché e in quali condizioni si produce la violenza.
Ricerche e studi non mancano, come i lavori di Fabien Jobard, direttore di ricerca al CNRS. Emergono dati, fattori multipli, chiavi di lettura per capire. Non è compiacenza, è metodo: è la premessa affinché le autorità adottino delle misure sulle cause invece di limitarsi a condannarne le conseguenze. Confonderlo con i presupposti di «una sistematica indulgenza» nei confronti di chi commette atti reprensibili è un ragionamento ottuso.
Un problema sconosciuto non ha soluzione; ignorarlo non lo risolve.
Né il richiamo alla responsabilità individuale esclude quella delle autorità, delle istituzioni e del potere economico-finanziario riguardo ai contesti in cui la protesta nasce o dove si innesca la violenza.
Sono legittime e vanno ascoltate solo le rivendicazioni pacifiche, ribadiscono. Insieme alla violenza, rifiutano però anche l’allarme che lancia senza chiedersi perché si produca, né quanto respingere sistematicamente le prime, pacifiche, contribuisca ad alimentarla.
Speziali ne offre la dimostrazione. Come «esempio su tutti» – la parte per il tutto – cita la conclusione del comunicato di Sciopero per il clima: «forse la violenza è proprio ciò che la politica ticinese e svizzera si meriterebbe». Condivido che la violenza non vada legittimata né incitata, nemmeno al condizionale. Speziali si rifiuta però anche di chiedersi perché questo e altri collettivi giungano a tali conclusioni respingendone categoricamente anche i presupposti.
Con ragionamento fallace estende la parte sul tutto, amalgamando la condanna alla violenza con qualsiasi sviluppo perché la giustificherebbe. La pretestuosa dicotomia tra giustizialismo e ‘giustificazionismo’ (che brutta parola) è servita. L’uomo di paglia, il circolo vizioso e il cane che si morde la coda pure.
In Svizzera, sostiene, «nessuna insufficienza delle istituzioni autorizza il ricorso alla violenza». Come se il diritto non la condannasse già. «La periferia francese non è il Ticino», per la scuola e per il clima è stato fatto molto; il benessere svizzero è frutto delle mani «sporche di lavoro di chi l'ha costruito». Un patrimonio di libertà, compresa quella di protestare, dice. Insomma, col pretesto di condannare la violenza, Speziali spiega perché non ci sia motivo di protestare; rivendicazioni respinte: va tutto bene madama la marchesa.
È lo stesso copione usato da Macron e molti altri rappresentanti dell'autorità pubblica, Svizzera e Ticino compresi.
Eppure le manifestazioni dei giovani, come quelle contro il carovita e lo sfruttamento del lavoro, i salari alla gola e i tagli alle prestazioni sociali, contro le politiche che facilitano la concentrazione della ricchezza mentre dilaga la precarietà, contro soprusi e abusi di potere che il Ticino non può ignorare, non nascono dal nulla. Sono l'esito di un processo lungo ed estenuante: rivendicazioni inascoltate, rifiutate, chiuse in un cassetto. Sfociate nelle manifestazioni, amalgamate alla violenza, vengono prese a manganellate. Un processo che genera frustrazione, impotenza, rabbia accumulata.
Là dove i giovani si sentono senza prospettive, disillusi e abbandonati, dove aumentano precarietà, esclusione, degrado delle condizioni di vita e di lavoro, là dove lo Stato è poco presente o colpevolmente assente, là dove si rinuncia alla formazione universale di qualità speculando sulla manodopera a basso costo, aumenta il rischio di delitti, crimini e violenza; la probabilità di cieche esplosioni di violenza. Non è una giustificazione: è la realtà dei fatti a cui le autorità devono dare risposta senza scaricare l’intera responsabilità sull’individuo e la società civile.
A chi subisce il saccheggio di posti di lavoro e salari, a chi vive l'esclusione confrontata al privilegio sociale, ai figli che hanno visto genitori dalle «mani sporche di lavoro» trattati come stracci, ai giovani a cui si prospettano disoccupazione, precarietà o emigrazione; a chi è confrontato con incidenti e morti sul lavoro, a chi vede governi imporre l'austerità mentre servono su un piatto d'argento condizioni che favoriscono la concentrazione della ricchezza, a miliardari e multinazionali che fanno affari con guerrafondai, sfruttano senza freno lavoro e risorse naturali; a chi ha il terrore di denunciare soprusi e abusi di potere perché ne ha osservato le terribili conseguenze non servono prediche paternaliste né promesse di comprensione che si non si traducono nei fatti. Né tantomeno servono le manganellate a chi protesta e manifesta pacificamente, come dimostrano innumerevoli casi documentati sepolti nella negazione e nel silenzio. Occorrono risposte e soluzioni concrete senza ovviare responsabilità politiche.
Perché anche tutto questo è violenza. E la violenza andrebbe condannata sempre e comunque, senza se e senza ma.



