Obiettivo: tassa sulla salute e meno ristorni da versare

Lorenzo Quadri, consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi
Il Consiglio di Stato ha fatto bene a congelare parte dei ristorni dei frontalieri. Non per difendere gli interessi dei lavoratori italiani, ma per difendere quelli del Ticino. Ed è proprio questa la distinzione che non va persa nel dibattito.
La cosiddetta "tassa sulla salute" decisa dall'Italia ci va benissimo. Se aumenta la pressione fiscale sui "vecchi" frontalieri, che continuano ad essere dei privilegiati fiscali, l'effetto è persino positivo: si attenua almeno in parte quel vantaggio che alimenta il dumping salariale nel nostro Cantone.
Il punto, quindi, non è chiedere a Roma di fare marcia indietro. Il Ticino non è il sindacato dei frontalieri. E ci mancherebbe altro.
La questione è un'altra. Se la tassa sanitaria italiana è in realtà un'imposta - come sostiene la perizia del professor Hinny con argomentazioni difficili da liquidare - allora Roma ha violato l’accordo fiscale sui frontalieri, poiché mira ad incassare più del dovuto. Davanti a questa situazione, i partner svizzeri non possono fingere di non vedere. Significherebbe passare per fessi e aprire la porta a sempre nuove violazioni.
Ma l’obiettivo ticinese non deve essere l’abolizione della tassa sulla salute: non ce ne verrebbe in tasca niente. Il Ticino deve invece saltare sul carro del nuovo balzello e prenderlo come argomento per ridurre l’importo dei ristorni, trattendendo quindi più risorse fiscali sul nostro territorio.
Il risultato da raggiungere deve quindi essere: tassa sulla salute sì e, conseguentemente, meno ristorni da versare all’Italia. Così da avere sia l’effetto antidumping sul mercato del lavoro che più soldi nelle casse pubbliche.



