La fatica di fare la propria parte

Sara Rossini – fondatrice Fill-Up apprentice
In questi giorni, complice la lettura di alcuni articoli ma soprattutto le situazioni che incontro quotidianamente nel mio lavoro, mi sono ritrovata a riflettere sul rapporto tra giovani e adulti.
Ci sono storie che, a prima vista, sembrano parlare di un singolo ragazzo, di una famiglia o di una situazione particolare. Poi però inizi a guardarle meglio e ti accorgi che raccontano qualcosa di molto più grande.
E più osservo ciò che accade nelle famiglie, nelle scuole e nelle aziende, più mi sembra di intravedere un elemento ricorrente.
Ogni volta che emerge una difficoltà che coinvolge un giovane, l'attenzione si concentra immediatamente su di lui, sul suo comportamento, sulle sue scelte e sui suoi errori. Molto più raramente ci fermiamo a riflettere sul contesto che lo circonda.
Eppure, i giovani non crescono nel vuoto. Crescono all'interno di famiglie, scuole, aziende e comunità. Crescono osservando gli adulti che hanno attorno e il modo in cui questi adulti affrontano le responsabilità, i conflitti, le difficoltà e le conseguenze delle proprie scelte.
Per questo motivo, dietro molte delle situazioni che oggi ci preoccupano, non vedo soltanto una difficoltà dei giovani. Vedo una difficoltà crescente degli adulti nel sostenere il proprio ruolo.
Ho l'impressione che negli anni sia successo qualcosa di strano. Abbiamo iniziato a confondere il comprendere con il giustificare, l'ascoltare con il rinunciare a educare e l'essere vicini con il togliere ogni ostacolo dal percorso.
Forse alla base di tutto questo c'è un elemento di cui si parla poco: la paura degli adulti di sbagliare.
Mai come oggi abbiamo avuto accesso a informazioni, esperti, libri, podcast, corsi e consigli di ogni genere. Eppure, invece di sentirci più sicuri, sembriamo sentirci sempre più fragili nei compiti che siamo chiamati a svolgere. È come se si fosse costantemente alla ricerca della risposta giusta, della scelta giusta o del metodo giusto, come se da qualche parte esistesse una formula capace di garantire che si sta facendo bene.
Ma la vita non è una scienza esatta.
Non esistono genitori perfetti, docenti perfetti, manager perfetti o formatori perfetti, come giovani perfetti. Non esistono percorsi privi di errori e non esistono decisioni che garantiscano sempre il risultato desiderato.
Eppure, ho la sensazione che molti adulti abbiano progressivamente perso fiducia nella propria capacità di decidere. Quando arriva il momento di prendere una decisione difficile emerge il dubbio. Quando bisogna mantenere una posizione emerge il senso di colpa. Quando qualcosa va storto emerge l'incertezza.
Forse, però, non si tratta soltanto della paura di sbagliare. Ho l'impressione che negli anni si sia fatto strada un bisogno sempre più forte di essere approvati, compresi e percepiti positivamente dagli altri.
Un bisogno umano, naturalmente. Ma che rischia di entrare in conflitto con molti dei compiti che siamo chiamati a svolgere.
Perché fare ciò che riteniamo giusto e fare ciò che ci rende apprezzati non sempre coincidono.
Ci sono momenti in cui educare, guidare, gestire o richiamare qualcuno alle proprie responsabilità significa accettare di non piacere. Significa accettare che qualcuno possa non essere d'accordo, possa sentirsi frustrato o possa considerare ingiusta una decisione.
Forse una parte della difficoltà che vediamo oggi nasce proprio qui. Dal fatto che, come società, stiamo facendo sempre più fatica a tollerare ciò che mette in discussione l’immagine positiva che abbiamo di noi stessi, che alla fine è legata anche al bisogno di sentirsi all’altezza del ruolo assunto, soprattutto a livello professionale.
Questa dinamica emerge nelle famiglie, dove molti genitori cercano continuamente conferme e faticano sempre di più a sostenere decisioni che potrebbero generare malcontento nel breve termine. La ritrovo nella scuola, dove gli insegnanti si confrontano con un equilibrio sempre più delicato tra autorevolezza e comprensione. La osservo nelle aziende, dove molti manager evitano confronti difficili perché il conflitto viene percepito come qualcosa da evitare e non come un'opportunità di crescita. E la vedo nei formatori, chiamati ad accompagnare giovani molto diversi da quelli che hanno conosciuto in passato, in un contesto che cambia rapidamente e che spesso mette in discussione convinzioni costruite in anni di esperienza.
Sono situazioni diverse, ma hanno qualcosa in comune. La tendenza a rimandare, a sperare che sia qualcun altro a intervenire, a evitare una discussione difficile o a posticipare una decisione scomoda. In altre parole, la difficoltà di sostenere fino in fondo le responsabilità che derivano dalle scelte che compiamo.
Il problema è che le conseguenze non spariscono. Si accumulano e prima o poi arrivano comunque, spesso in una forma più grande e più difficile da gestire.
Nel frattempo, il giovane cresce. O forse sarebbe più corretto dire che diventa più grande.
Perché crescere e diventare adulti non sono la stessa cosa. Diventare adulti significa imparare che esistono limiti, responsabilità, impegno, frustrazione e conseguenze. Significa capire che non tutto è possibile, non tutto è immediato e non tutto dipende dagli altri.
Ma questa consapevolezza non nasce spontaneamente. Ha bisogno di adulti che abbiano il coraggio di fare gli adulti.
Questo però non significa che i giovani siano spettatori passivi. Prima o poi arriva un passaggio inevitabile: smettere di guardare solo a ciò che è mancato e chiedersi cosa possiamo fare noi, adesso. È qui che inizia la vera crescita.
Per questo non credo che stiamo vivendo solo una crisi dei giovani, ma anche una crisi dei ruoli e della fiducia che gli adulti ripongono in sé stessi. Una società funziona quando ciascuno si assume la propria parte di responsabilità.
Forse dovremmo ripartire proprio da qui: dal coraggio di fare la propria parte anche quando non abbiamo la certezza di fare sempre la scelta giusta. Perché educare, insegnare, formare e guidare non significa essere perfetti. Significa assumersi la responsabilità di una scelta anche quando nessuno ti dirà grazie o bravo — almeno non subito.



