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MARIA PIA AMBROSETTI

Perché voto sì all'iniziativa per la sostenibilità

Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera di HelvEthica Ticino.
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Perché voto sì all'iniziativa per la sostenibilità
Maria Pia Ambrosetti, granconsigliera di HelvEthica Ticino.

Voterò sì all'iniziativa per la sostenibilità perché ritengo che essa ponga finalmente una questione che la politica svizzera evita da troppo tempo: la crescita demografica del nostro Paese e i suoi limiti.

Da decenni la Svizzera compensa il proprio deficit demografico attraverso l'immigrazione. Invece di adottare politiche familiari efficaci che permettano ai cittadini di avere i figli che desiderano, si è preferito ricorrere sistematicamente all'importazione di manodopera. È una soluzione facile, che non affronta le cause del problema. Se una società non riesce a garantire condizioni favorevoli alla famiglia, alla natalità e alla trasmissione tra generazioni, dovrebbe interrogarsi sulle proprie scelte politiche prima di cercare altrove le “risorse umane” di cui ha bisogno.

Dietro questa politica vi sono anche forti interessi: per molti ambienti economici è più conveniente attrarre continuamente nuova manodopera dall'estero piuttosto che investire nella formazione, nel miglioramento delle condizioni di lavoro o in una politica familiare ambiziosa. In questo senso l'immigrazione di massa diventa una scorciatoia che permette di mantenere bassi i costi del lavoro e di alimentare la crescita economica senza affrontarne le conseguenze sociali, territoriali e ambientali.

Ma vi è anche una questione morale che raramente viene affrontata. Quando i Paesi ricchi attirano medici, infermieri, tecnici, insegnanti, ingegneri e lavoratori qualificati provenienti da Paesi in via di sviluppo, sottraggono a questi ultimi “risorse umane” essenziali per il loro futuro. Mentre si moltiplicano i discorsi sulla solidarietà internazionale, si continua a favorire un modello che priva molti Paesi delle energie migliori di cui avrebbero bisogno per svilupparsi.

La vera solidarietà non consiste nello svuotare i Paesi più fragili delle loro competenze e delle loro forze vive. Consiste nell'aiutarli a creare condizioni di vita dignitose sul proprio territorio. Significa favorire investimenti produttivi, infrastrutture, scuole, ospedali, accesso all'acqua, sicurezza e opportunità economiche affinché le persone possano costruire il proprio futuro nel Paese in cui sono nate, vicino alle loro famiglie, alla loro lingua e alla loro cultura.

Troppo spesso, invece, si assiste a una forma di neocolonialismo economico che non si limita più soltanto allo sfruttamento delle risorse naturali, ma si estende anche alle “risorse umane”. I Paesi più ricchi continuano ad attirare le competenze formate altrove, mentre i Paesi di origine sopportano i costi della formazione e subiscono le conseguenze dell'emigrazione. Questo sistema viene presentato come progresso e apertura, ma finisce spesso per favorire soprattutto gli interessi degli ambienti economici che beneficiano di una manodopera abbondante e a basso costo.

L'iniziativa per la sostenibilità non nasce dall'ostilità verso gli stranieri. Chi cerca di ridurla a una questione di razzismo evita il vero dibattito. La Svizzera è sempre stata un Paese aperto e continuerà ad esserlo. La questione è un'altra: quali sono i limiti di una crescita demografica continua e quale livello di immigrazione può essere assorbito senza compromettere la qualità della vita, la coesione sociale, il territorio e la capacità di integrazione?

Se invito dieci persone a casa mia, desidero che possano sentirsi a loro agio, essere accolte con attenzione e trovare lo spazio necessario per stare bene. Se ne invito cinquanta nello stesso spazio, rischio di non offrire più condizioni adeguate a nessuno. Questo non significa odiare le quaranta persone in più. Significa semplicemente riconoscere che esistono limiti oggettivi e che una buona accoglienza richiede responsabilità.

Siamo di fronte a una classica inversione accusatoria: coloro che da anni difendono un modello di crescita demografica fondato sull'immigrazione e che hanno contribuito a creare le tensioni attuali in materia di alloggi, mobilità, infrastrutture e integrazione accusano ora i sostenitori dell'iniziativa di voler provocare il caos. Ma i problemi che denunciano come conseguenza del sì sono precisamente quelli che molti cittadini osservano già oggi. L'iniziativa non intende creare una difficoltà nuova; nasce dalla volontà di affrontare difficoltà già esistenti.

Vi è infine una questione culturale e politica: una certa visione globalista tende a considerare le identità nazionali, le tradizioni e le appartenenze storiche come ostacoli da superare. In questa prospettiva, le differenze tra i popoli sarebbero destinate a dissolversi progressivamente in uno spazio globale sempre più uniforme. Io credo invece che la ricchezza del mondo risieda anche nella pluralità delle culture, delle identità e delle comunità politiche. Difendere la propria identità non significa disprezzare quella degli altri; significa riconoscere che ogni popolo ha il diritto di conservare la propria storia, le proprie tradizioni e le proprie peculiarità.

Votare sì all'iniziativa per la sostenibilità significa chiedere una politica più responsabile, una politica che sostenga le famiglie svizzere, che affronti seriamente le sfide demografiche, che aiuti davvero i Paesi di origine a svilupparsi: la vera sostenibilità non consiste nell'ignorare i limiti, ma nel riconoscerli e nel governarli con responsabilità.

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