Difendere il servizio civile: un atto di resistenza

Ismael Camozzi, coordinatore del SISA
Tra pochi giorni saremo chiamati alle urne per votare un referendum quanto mai importante, reso possibile grazie alle 62'000 firme raccolte, volto a difendere il servizio civile e il diritto all'obiezione di coscienza. Tuttavia, il referendum rischia di essere oscurato, passando in secondo piano, a causa di un'altra votazione federale: "No a una Svizzera da dieci milioni".
Negli ultimi mesi, da più fronti, stiamo assistendo a un'offensiva violenta contro l'obiezione di coscienza, attraverso una riforma che voteremo il 14 giugno e che mira, tra le altre cose, a ridurre ogni anno le ammissioni al servizio del 40%. La riforma intende inoltre introdurre, nei confronti dei coscritti che durante il servizio militare sviluppano un conflitto di coscienza, una misura che nella realtà dei fatti si traduce in una punizione: per dimostrare la volontà di passare al servizio civile, le reclute dovranno svolgere 150 giorni supplementari, indipendentemente da quanto servizio abbiano già prestato. L'assalto, però, non si esaurisce qui: il Consiglio Nazionale ha approvato un postulato volto a reintrodurre le abominevoli e parziali commissioni chiamate a constatare la sincerità dell'obiettore. Come se non bastasse, il Consiglio degli Stati ha accolto una misura che prevede la fusione della Protezione Civile e del Servizio Civile, svuotando di fatto il significato storico dell'obiezione di coscienza.
Il servizio civile rappresenta un diritto inalienabile - quello all'obiezione di coscienza - ottenuto nell'ottobre del 1996 dopo decenni di lotte antimilitariste, detenzioni e votazioni popolari, durante le quali gli studenti si sono battuti in prima linea. Va altresì detto che il servizio civile è essenziale per vari settori di utilità pubblica - tra cui case per anziani, aziende agricole, servizi sociali e scuole - che fanno oggi affidamento sui civilisti per sostenere il loro personale. I dati del Governo parlano chiaro: il 51,6% dei giorni di servizio è svolto nel settore dei servizi sociali, seguito dalla scuola (16,6%), dalla sanità (14,8%) e dalla protezione dell'ambiente e della natura (9,7%). Ciò dimostra che il servizio sostitutivo non solo è un'esperienza arricchente e utile per chi lo presta, ma rappresenta anche un aiuto indispensabile per la collettività e la coesione sociale.
Ridurre le ammissioni al servizio civile del 40% indebolirebbe ulteriormente settori come quello sociosanitario, l'agricoltura e la protezione dell'ambiente, che vivono già una carenza strutturale di personale causata dalle misure di austerità federali e cantonali. Ciò precarizzerebbe ancor più questi ambiti, con disastrose implicazioni sulle condizioni lavorative e sulle persone che beneficiano di quei servizi. Occorre a tal proposito confutare le accuse infondate avanzate dai sostenitori della riforma, secondo i quali il servizio civile verrebbe sfruttato per sopperire alla mancanza strutturale di personale in alcuni settori. Ciò non corrisponde affatto alla realtà: l'art. 6 della legge sul servizio civile prescrive che quest'ultimo debba essere neutrale rispetto al mercato del lavoro, e gli uffici regionali sono molto rigorosi nel farlo rispettare. Laddove tale equilibrio non viene garantito, gli istituti vengono prontamente sanzionati.
In questo contesto, il Consiglio Federale, tramite il presidente Guy Parmelin, ha assunto posizioni inaccettabili, vere e proprie offese nei confronti dei giovani civilisti. Il presidente della Confederazione ha infatti affermato, rasentando l'aberrante, che il Servizio Civile è un «fenomeno di massa problematico che deve restare un'eccezione»: un colpo basso all'obiezione di coscienza, sintomo di una Svizzera sempre più allineata al clima di riarmo che si respira nel resto d'Europa.
Gli ultimi sondaggi sulla votazione, che vedono i contrari alla riforma in aumento, dimostrano chiaramente che la popolazione ha compreso la vacuità di una riforma che indebolirebbe il servizio civile senza rafforzare l'esercito. Al di là del fatto che parlare di crisi d'attrattività per un esercito già sovradimensionato - che conta, secondo i dati rilasciati da Berna nel 2025, 146'000 incorporati - è quanto mai fuorviante, è necessario che l'esercito si occupi dei propri problemi interni senza utilizzare il servizio civile come capro espiatorio. Negli ultimi anni, indagini specifiche hanno messo in luce le motivazioni di chi abbandona le file militari: la percepita mancanza di utilità del servizio, lo stile di condotta e la gerarchia nelle caserme, senza dimenticare discriminazioni e soprusi sistematici, tollerati dalle gerarchie militari — come i vergognosi fatti di Emmen, dove una recluta ticinese subì un vero e proprio plotone di esecuzione a base di sassi e noci!
Difendere il servizio civile non è un capriccio di pochi: è difendere decenni di conquiste civili, è sostenere migliaia di lavoratori e utenti nei settori più vulnerabili della nostra società, è preservare il diritto fondamentale di ogni persona a non essere costretta a imbracciare un'arma contro la propria coscienza. Una società che rispetta le proprie minoranze, che valorizza il lavoro di cura, che non riduce la cittadinanza alla disponibilità a fare la guerra, è una società più giusta e più coesa per tutte e tutti.
Chi tenta di smantellare il servizio civile non lo fa per rafforzare la difesa del Paese: lo fa per normalizzare l'obbedienza militare, per ridurre gli spazi di dissenso, per allinearsi a un'Europa che sceglie i cannoni al posto dei servizi sociali. Noi quella scelta non la accettiamo.
Abbiamo ancora giorni preziosi per convincere chi è indeciso. Parliamo con chi ci sta vicino, condividiamo le ragioni del NO, scendiamo in campo con la stessa determinazione di chi, trent'anni fa, ha conquistato questo diritto per noi. Respingiamo con convinzione una riforma inutile e pericolosa: il servizio civile è un bene comune — difendiamolo.



