Sconto alla pompa, c'è chi dice no

Le associazioni di categoria lamentano un divario tra gli operatori. «Così si crea una distorsione della concorrenza». E c'è chi, prima, vuole finire le scorte
COMO - Non è affatto passata inosservata la decisione di Eni di introdurre un tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il diesel. C'è chi ha deciso di seguire questa strada, come IP (che fa capo alla compagnia petrolifera azera Socar) e forse Esso. Non c'è stato un vero e proprio effetto di emulazione, con un ribasso generalizzato dei prezzi da parte delle varie compagnie. Anzi, in questo momento sono le voci contrarie a levarsi con più forza.
La richiesta delle associazioni di categoria
Le principali associazioni del settore carburanti hanno chiesto oggi al governo di estendere il tetto ai prezzi a tutta la rete distributiva, soprattutto al settore dei distributori indipendenti, che rappresentano oltre un terzo degli impianti nazionali. «Gran parte della rete è fatta di operatori indipendenti che rischiano di chiudere se il price cap non viene esteso», avverte Sebastiano Gallitelli, segretario generale di Assopetroli-Assoenergia, chiedendo la convocazione di un tavolo urgente con tutti gli attori della filiera.
Il timore delle associazioni è di essere penalizzati dall’impossibilità di offrire prezzi competitivi, dato che i costi di acquisto per gli indipendenti resterebbero invariati, mentre le grandi reti possono praticare il prezzo calmierato. «Così si crea una distorsione della concorrenza», sottolinea Gallitelli.
«Serve un tetto dinamico»
Per Faib e Fegica, «serve un price cap (un tetto al prezzo, ndr) temporaneo, dinamico ed equilibrato» e una regolazione universale, come già fanno altri paesi europei. Le organizzazioni chiedono di non lasciare tutto alla sola iniziativa dei grandi operatori. Anche la Cisl propone «un tetto dinamico uguale per tutti gli operatori» che scatti automaticamente quando i prezzi superano quello giustificato dalle quotazioni internazionali. Secondo le associazioni, senza correttivi il rischio è di estromettere dal mercato molti indipendenti, provocando squilibri e penalizzando la concorrenza.
Le code ai distributori e i "ribelli"
I media italiani riferiscono che molte delle stazioni di servizio di marchi già citati sono rimaste a secco. I cittadini hanno infatti preso d'assalto le pompe che praticano gli sconti. Lo stesso vale per i distributori a ridosso della fascia di confine. Ma qui c'è qualcuno che ha scelto di "ribellarsi". Come? Non applicando lo sconto ma lasciando lo stesso prezzo che veniva praticato fino a domenica. La volontà è quella di finire le scorte, acquistate con un importo superiore di 20 centesimi al litro rispetto a quello attuale. «Il prodotto l’abbiamo già pagato» spiega Daniela Maroni, vicepresidente nazionale di Figisc ConfCommercio, la federazione dei gestori dei distributori di carburante. «Chi sa farsi i conti probabilmente cambierà il prezzo alla fine delle scorte. Il prodotto è del gestore, e tutto sta nell’imprenditorialità di ciascuno, a seconda degli accordi che ha con la compagnia petrolifera», ha dichiarato a La Provincia di Como.
O coda o deserto
Quindi, prendendo il caso della città lariana, ci sono stazioni di servizio Eni che applicano lo sconto e altre no. E poi ci sono le altre aziende. «Gli altri gestori cosa sono? Figli di nessuno. Sembra che siamo trasparenti, fantasmi». Il prezzo fisso è un provvedimento condivisibile, ma la disparità di trattamento, aggiunge Maroni, è evidente. «Se lei sale in macchina e si fa un giro vede gli impianti Eni con code chilometriche, che sicuramente prima di sera avranno il prodotto esaurito, e gli altri impianti lì, con i propri dipendenti e i propri costi di gestione, a guardare il vuoto».
È mancato il confronto
Una delle criticità della misura sta nella tempistica: l'annuncio è arrivato sabato scorso, «non c’è stato neanche il tempo di confrontarsi», contesta Maroni. «Eni si è fatta una grandissima pubblicità, e va benissimo, però voglio ricordare che lo Stato è il maggior azionista di Eni. Forse doveva confrontarsi con le altre compagnie petrolifere e non lasciare i gestori allo sbando, soli in una situazione così delicata, con i costi che salgono e una distorsione delle regole del mercato». In queste ore è in corso la riunione del consiglio nazionale di categoria. Tutte le ipotesi sono per ora al vaglio, compresa quella di uno sciopero nazionale.



