La misoginia corre sui social: «Come aiutiamo i ragazzi a riconoscerla?»

Più Donne interroga il Governo sulla diffusione della misoginia online tra i giovani. Sotto la lente i programmi scolastici, il ruolo degli influencer e gli strumenti di prevenzione.
BELLINZONA - Come vengono aiutati i giovani ticinesi a riconoscere la misoginia online? E cosa fanno le scuole per contrastare la diffusione di modelli maschili fondati sul dominio e sulla svalutazione delle donne? Sono alcune delle domande che Più Donne rivolge al Consiglio di Stato con un'interrogazione presentata oggi dalle deputate Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini.
Cos'è la manosfera?
Il termine "manosfera" indica un insieme di comunità online, forum e profili social accomunati da posizioni antifemministe e, in alcuni casi, apertamente misogine. Ambienti nei quali vengono diffusi messaggi che esaltano la superiorità maschile e attribuiscono alle donne e al femminismo la responsabilità delle difficoltà vissute dagli uomini.
Secondo le firmatarie, il problema non riguarda soltanto i contenuti d'odio, ma anche le ragioni per cui questi messaggi riescono ad attirare i più giovani. «Questi messaggi possono intercettare bisogni reali dei ragazzi: appartenenza, riconoscimento, sicurezza e ascolto», si legge nell'interrogazione. Bisogni che possono essere sfruttati da influencer e operatori commerciali per vendere corsi, prodotti e abbonamenti che promettono successo, potere e controllo sulle donne.
Un problema anche di salute pubblica
A sostegno delle loro preoccupazioni, Merlo e Mossi Nembrini richiamano un recente contributo pubblicato sulla rivista medica The Lancet da Sarah Hawkes e Kent Buse. Gli autori propongono di considerare la manosfera anche come una questione di salute pubblica, prestando attenzione agli interessi economici di chi produce e diffonde contenuti misogini.
Solitudine, difficoltà scolastiche, insicurezza economica, mancanza di prospettive e bisogno di appartenenza sono alcuni dei fattori che, secondo lo studio citato, possono rendere questi ambienti particolarmente attraenti. Le comunità online offrono spiegazioni semplici a problemi reali, individuando però nelle donne le responsabili del disagio maschile.
Per questo, sostengono le interroganti, non basta rimuovere i contenuti misogini dalle piattaforme. Occorre intervenire anche sul piano educativo, della salute mentale e delle opportunità sociali, aiutando i ragazzi a sviluppare gli strumenti necessari per riconoscere i meccanismi di manipolazione.
Cosa si fa nelle scuole ticinesi?
In Ticino esistono già diversi programmi dedicati all'educazione digitale, alla parità e alla prevenzione della violenza di genere. Tra questi figurano le attività promosse dal Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport (DECS), i percorsi del Centro di risorse didattiche e digitali (CERDD) e il progetto «Parliamone!», rivolto alle scuole professionali, che affronta temi come il consenso, la violenza digitale, gli stereotipi e i modelli maschili.
Le due deputate vogliono però capire quanto queste attività affrontino esplicitamente la manosfera e la misoginia online. In particolare, chiedono al Governo se nei programmi scolastici si parli anche del ruolo degli influencer, degli algoritmi che selezionano i contenuti sui social e degli interessi commerciali legati alla diffusione di messaggi misogini.
Un'altra questione riguarda la copertura degli interventi. Più Donne chiede dati relativi agli ultimi tre anni scolastici: quante sedi, classi e quanti allievi sono stati coinvolti? Le attività raggiungono sistematicamente determinate fasce d'età oppure dipendono dall'iniziativa delle singole scuole? E quale continuità è prevista per l'anno scolastico 2026-2027?
Coinvolgere i ragazzi, non colpevolizzarli - Un punto centrale dell'interrogazione riguarda il modo in cui coinvolgere direttamente i giovani nella prevenzione. «La prevenzione deve coinvolgere direttamente ragazzi e uomini, senza presentarli come un problema, ma riconoscendoli come parte della soluzione», scrivono Merlo e Mossi Nembrini.
Le deputate chiedono dunque come vengano affrontati nelle scuole i temi delle emozioni, del consenso, delle relazioni rispettose e dei modelli maschili. Vogliono inoltre sapere a quali servizi possano rivolgersi giovani, famiglie e docenti quando emergono isolamento, disagio o adesione a ideologie fondate sul dominio maschile.
In particolare, domandano se questi servizi dispongano di competenze specifiche per accompagnare chi desidera allontanarsi dagli ambienti della manosfera.
La richiesta al Governo: misurare i risultati
L'ultimo interrogativo riguarda l'efficacia delle misure già in campo. Per le firmatarie, infatti, «non basta mettere a disposizione dei progetti»: bisogna anche verificare quali giovani vengano effettivamente raggiunti e quali strumenti siano offerti a docenti e famiglie.
Merlo e Mossi Nembrini chiedono quindi al Consiglio di Stato come vengano valutati i risultati degli interventi, al di là del semplice numero di partecipanti, e se siano state individuate lacune nella copertura o nei contenuti. In caso affermativo, vogliono conoscere quali miglioramenti il Governo intenda promuovere e con quali tempi.



