«Un sospiro di sollievo»; «Ma i problemi restano»

La popolazione svizzera dice no all'iniziativa per la sostenibilità dell'UDC. Tra chi esulta per il risultato e chi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno, le reazioni al voto di oggi.
BELLINZONA - Un sospiro di sollievo per alcuni, un’occasione sprecata per altri. L’iniziativa popolare per la sostenibilità ("No a una Svizzera da 10 milioni!"), sottoposta al voto in questa domenica, non ha superato l’esame delle urne. Con 54,3% dei voti, gli svizzeri hanno respinto la proposta dell’UDC.
Un risultato netto e una campagna accesa
Nonostante una campagna pre-voto molto accesa, fin dai primi sondaggi alla chiusura dei seggi a mezzogiorno il risultato non è mai stato in discussione. «Siamo sollevati e soddisfatti per un esito più netto del previsto», ha commentato a Tio.ch la consigliera nazionale ticinese Greta Gysin (Verdi). «Ci si aspettava un risultato più tirato, invece il verdetto è stato chiaro».
Per la neo presidente del gruppo parlamentare dei Verdi alle Camere federali, la popolazione svizzera «ha detto no a una politica che punta all’isolamento e che mette in discussione diritti fondamentali, promettendo soluzioni semplicistiche invece di affrontare seriamente i problemi».
Carenza di alloggi, aumento degli affitti e traffico. Cosa fare ora?
Eppure, i problemi evocati da entrambi i fronti durante la campagna - carenza di alloggi, aumento degli affitti, traffico - restano. Cosa fare ora? «Il punto è che oggi non avremmo risolto nessuno di questi problemi, anzi ne avremmo creato uno ancora più grande». Quale? «L’isolamento della Svizzera, in un contesto geopolitico ed economico già delicato. Bisogna affrontare i singoli temi: per esempio, la cementificazione del territorio richiede una pianificazione più intelligente e attenta alla protezione degli spazi verdi. Lo stesso vale per la politica degli alloggi, dove serve maggiore tutela per inquilini e inquiline. Su questi temi, però, l’UDC non è mai dalla nostra parte».
Il netto risultato alle urne non cancella il fatto che una parte consistente della popolazione abbia espresso timori e preoccupazioni sostenendo la proposta dell’UDC. «Comprendo queste paure e il bisogno di risposte. Ma le risposte devono arrivare con politiche mirate: nella conciliabilità tra lavoro e famiglia, per valorizzare meglio il potenziale interno; nella formazione, ad esempio aumentando i posti nel settore sanitario. Senza queste misure continueremo ad aver bisogno di manodopera dall’estero. Il problema va affrontato così, non con iniziative di questo tipo».
In una prospettiva più ampia, il voto di oggi rappresenta però solo il primo di una serie di appuntamenti alle urne che potrebbero imprimere una direzione chiara al Paese. La popolazione sarà chiamata a esprimersi già in settembre sull’iniziativa "Salvaguardia della neutralità svizzera" e, nel 2027, sul pacchetto di accordi bilaterali III con l’Unione europea. Il fronte vincente di oggi, ampio ma eterogeneo, rischia di sfaldarsi? «Non credo. Sulla neutralità le posizioni sono chiare. Sui bilaterali sarà fondamentale che Centro e PLR si impegnino di più, perché in questa campagna sono stati un po’ assenti. Il risultato avrebbe potuto essere ancora più netto con un maggiore coinvolgimento. In vista dei prossimi appuntamenti serviranno più compattezza e convinzione».
Il bicchiere è mezzo pieno?
Sul fronte opposto, invece, i toni sono diversi. «È un risultato che va letto con attenzione», afferma Marco Chiesa, municipale di Lugano (UDC). «Non riguarda solo l’esito immediato, ma segnala una serie di preoccupazioni diffuse nella popolazione che resteranno centrali anche nei prossimi negoziati con l’Unione europea».
Per Chiesa il bicchiere è mezzo pieno. «Una parte importante della popolazione ha sostenuto l’iniziativa. Il 14 giugno è ormai nel passato, ma i problemi restano. Chi ha combattuto questa iniziativa, investendo molto nella campagna, dovrebbe ora chiedersi quali soluzioni intende proporre per rispondere alle preoccupazioni della popolazione».
Dopo il voto, infatti, i problemi non sono scomparsi. «Ora l’attenzione si sposterà su altre due iniziative, quella sulla neutralità e quella legata ai rapporti con l’Unione europea. Il tema della crescita demografica e dell’immigrazione, però, non sparirà dall’agenda politica. È evidente che la Svizzera si avvicina ai 10 milioni di abitanti e che la discussione tornerà, anche in relazione agli accordi bilaterali».
Un voto che Bruxelles guardava con attenzione
Gli accordi bilaterali sono stati al centro del dibattito durante la campagna. Si è spesso sostenuto che l’iniziativa avrebbe potuto mettere a rischio i rapporti con l’Unione europea. Una preoccupazione che Chiesa non condivide. «Mi preoccupa innanzitutto l’interesse della Svizzera, non le relazioni con l’UE. Ed è nell’interesse della Svizzera poter gestire la propria immigrazione. Se ogni anno arrivano circa 100 mila persone, il tema della crescita della popolazione resta centrale e continuerà a esserlo anche in futuro».
Detto questo, in controtendenza rispetto al risultato nazionale, in Ticino l’iniziativa ha ottenuto il 50,66% dei voti. «Sapevamo che in Ticino sarebbe stato necessario un lavoro importante per convincere la popolazione della bontà della nostra proposta. Qui la sensibilità è spesso legata al mercato del lavoro, mentre la crescita demografica è stata più marcata in diversi cantoni della Svizzera tedesca. Questo si è riflesso anche nei risultati. In ogni caso, quando una proposta sostenuta da un partito ottiene consensi ben oltre il proprio elettorato, significa che intercetta preoccupazioni diffuse».
In vista delle future votazioni sulla neutralità e sugli accordi con l’UE, il fronte che oggi ha bocciato l’iniziativa è apparso molto ampio. Può giocare a vostro favore? «Durante la campagna ho sentito spesso citare il rischio di una maggiore burocrazia per gestire l’immigrazione. Personalmente non considero questo un argomento decisivo. Se si teme la burocrazia in questo ambito, allora bisognerebbe essere coerenti e interrogarsi anche sulle implicazioni burocratiche derivanti dall’adozione di norme europee. È un tema che tornerà sicuramente nel dibattito sui futuri accordi con l’UE».



