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PRIMO AGOSTO

«Ritroviamo le parole che contano»

Il discorso di Marco Chiesa celebra il valore del Patto federale, sottolineando la responsabilità collettiva nella difesa della libertà svizzera.
«Ritroviamo le parole che contano»
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«Ritroviamo le parole che contano»
Il discorso di Marco Chiesa celebra il valore del Patto federale, sottolineando la responsabilità collettiva nella difesa della libertà svizzera.

LUGANO - «Il Primo Agosto non ci chiede parole nuove. Ci chiede, piuttosto, di ritrovare quelle che contano». E tra tutte, secondo il municipale di Lugano Marco Chiesa, ce n’è una che «racconta la Svizzera meglio di ogni altra»: «Patto». È da qui che è partita l’allocuzione pronunciata questa sera in Piazza della Riforma, un viaggio dalla nascita della Confederazione alla storia di Lugano per arrivare a un messaggio rivolto al presente: «La libertà non consiste soltanto nell’avere dei diritti. Consiste soprattutto nell’assumersi delle responsabilità». Chiesa ha ripercorso il Patto del 1291 tra Uri, Svitto e Untervaldo, sottolineando come quelle comunità avessero scelto di «assumersi la responsabilità del proprio futuro». Un accordo che non chiedeva ai Confederati di essere uguali, ma «restare uniti, pur rimanendo diversi». Il discorso ha poi toccato la crisi del 1481, quando le divisioni interne alla Confederazione misero a rischio quanto costruito fino ad allora. A ricordare l’importanza del dialogo e del compromesso fu Nicolao della Flüe. «Non perché fossero diventati uguali. Ma perché capirono che ciò che li univa era immensamente più importante di ciò che li divideva», ha affermato Chiesa.

Dalla storia confederale a quella luganese. Chiesa ha ricordato la notte tra il 14 e il 15 febbraio 1798, quando i Volontari Luganesi respinsero l’attacco partito da Campione. Tra loro c’era Giovanni Taglioretti, l’unico volontario a morire quella notte. «Un Patto vive finché qualcuno rimane fedele alla parola data», ha sottolineato il municipale.

Poche ore dopo, in Piazza della Riforma, venne innalzato l’albero della libertà e sulla sua cima i luganesi scelsero un cappello simile a quello di Guglielmo Tell. Da quella vicenda, ha ricordato Chiesa, arrivarono due parole destinate a restare: «Liberi e Svizzeri». «Non era soltanto un motto. Era un modo di intendere la libertà. Era un modo di intendere la Svizzera».

Il filo del discorso è quindi arrivato alla Svizzera contemporanea. «La nostra indipendenza. La nostra neutralità. Il nostro federalismo. La nostra democrazia diretta», ha elencato Chiesa, definendoli non «privilegi caduti dal cielo», ma il frutto della scelta di un popolo di assumersi la responsabilità del proprio futuro.

Un principio che, secondo il municipale, si rinnova ogni volta che una cittadina o un cittadino vota, raccoglie una firma o partecipa a una decisione. «È il respiro stesso del nostro Patto», ha detto riferendosi alla democrazia diretta.

In chiusura, Chiesa ha richiamato l’iscrizione latina sulla facciata di Palazzo Civico, «Aere civium conditum», traducendola con «Costruito con il denaro dei cittadini». Un richiamo, ha spiegato, al fatto che «Le istituzioni appartengono ai cittadini. Vivono della loro fiducia».

E il messaggio finale guarda al futuro: «La Svizzera non continuerà a essere libera per inerzia». Per Chiesa, ogni generazione deve continuare a «assumerci, ogni giorno, la responsabilità del nostro futuro». Da qui l’invito a meritare ancora quelle due parole che hanno chiuso l’allocuzione: «Liberi e Svizzeri».

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