Il carcere non fa più paura? «A volte i ragazzi lo preferiscono»

Genitori sotto accusa, disagio crescente e ragazzi che faticano a farsi ascoltare. Alla conferenza del Consiglio dei giovani MoMo, il confronto si accende sulle responsabilità degli adulti e su come prevenire la delinquenza minorile.
MENDRISIO - «A volte i ragazzi preferiscono andare in prigione». È una delle dichiarazioni più allarmanti emerse durante la discussione sulla criminalità minorile in Ticino, organizzata dal Consiglio dei giovani MoMo e che si è svolta giovedì sera alla Supsi di Mendrisio.
A pronunciarla è stata Fabiola Gnesa, magistrata dei minorenni, che ha evidenziato un paradosso: per alcuni adolescenti, il carcere può risultare meno impegnativo di un percorso educativo. «A volte preferiscono andare in prigione perché sanno che rimangono per solo uno, due mesi o tre mesi», ha spiegato.
Al contrario, «l'educatore che viene a casa una volta alla settimana, o la magistrata che devi vedere ogni tre mesi e che ha degli obiettivi, possono risultare più difficili da affrontare rispetto a una detenzione dalla durata prestabilita».
Ma cosa spinge un giovane a delinquere e, soprattutto, cosa si può fare prima che sia troppo tardi?
La rabbia che non trova parole
Dietro furti, danneggiamenti e reati contro l'integrità personale si nascondono spesso fragilità profonde. Nel suo lavoro, Gnesa incontra quotidianamente giovani con «una difficoltà enorme a esprimere le loro emozioni». Sentimenti spesso inespressi, destinati a sfociare nella violenza: «Esprimono queste loro emozioni nell'unico modo che conoscono: con aggressività, con rabbia». Un fenomeno, quello della criminalità giovanile, che non conosce distinzioni economiche o culturali. «È qualcosa di veramente trasversale che colpisce qualsiasi ceto sociale», sottolinea, ricordando come anche i ragazzi provenienti da famiglie benestanti possano arrivare a commettere reati gravi.
«Ma li ascoltiamo i ragazzi che fanno freestyle al muretto?»
A mettere l'accento sul disagio giovanile è anche Fabrizio Sirica, presidente del Partito Socialista ticinese, secondo cui dietro molti comportamenti criminali si nasconde una sofferenza spesso difficile da riconoscere. «Dietro alla delinquenza, nella stragrande maggioranza dei casi che ho incrociato io, c'è la sofferenza giovanile», ha affermato.
Sirica richiama anche i numeri relativi ai ricoveri psichiatrici dei minorenni: dai 24 del 2014 ai 141 del 2024, mentre le giornate di degenza sono passate da 644 a 6.724.
A suo avviso, infatti, l'aumento dei ricoveri non si spiega soltanto con una maggiore attenzione alla salute mentale, ma rappresenta un segnale di una sofferenza crescente tra i giovani. Una sofferenza che può assumere forme diverse: dalla delinquenza all'autolesionismo, fino all'isolamento sociale.
Da qui la necessità, secondo Sirica, di raggiungere anche i giovani che restano ai margini dei tradizionali spazi di partecipazione. «Ma li ascoltiamo i ragazzi che fanno freestyle al muretto?», si è chiesto. Il rischio, ha osservato, è che le istituzioni finiscano per dare voce soprattutto ai minorenni già inseriti in percorsi strutturati, lasciando fuori proprio quelli che avrebbero più bisogno di essere ascoltati.
Di chi è la responsabilità? Il dibattito sui genitori
È sulla responsabilità delle famiglie che si sono concentrati invece Giovanni Capoferri, deputato del Centro, e Alain Bühler, esponente dell'Unione Democratica di Centro (UDC).
Un episodio vissuto durante la sua esperienza come responsabile della sicurezza del Rabadan mostra, secondo Capoferri, quanto sia importante il ruolo dei genitori. Alcuni di loro, contattati perché i figli minorenni avevano bevuto troppo, si sarebbero rifiutati di interrompere i festeggiamenti per andare a recuperarli. «Una coppia quando decide di mettere al mondo dei figli sa che ha dei doveri e quelli di educarli», ha ricordato il deputato, ribadendo che l'educazione deve partire dalla famiglia.
Bühler ha invece puntato il dito contro la scarsa sorveglianza dell'attività online dei più giovani, spesso lasciati liberi di accedere a contenuti violenti o pornografici.
Ma per Sirica la questione è più complessa. Non tutti i genitori che trascorrono poco tempo con i figli lo fanno per scelta; alcune famiglie, infatti, sono costrette a lavorare sempre di più per arrivare a fine mese, sacrificando tempo ed energie da dedicare all'educazione.
Inoltre, secondo il presidente del Partito Socialista, il problema non si risolve cercando un responsabile da punire. «Siamo sempre comunque ancora un po' troppo tardi nell'ottica del punitivo, del repressivo, del trovare il colpevole», ha osservato. La risposta, a suo avviso, non sta quindi nell'inasprimento delle sanzioni, ma in una prevenzione capace di sostenere concretamente le famiglie e offrire maggiori opportunità ai giovani.
Una posizione condivisa almeno in parte da Marco Coppola, direttore di Radix Svizzera italiana, che invita a non scaricare ogni responsabilità sui genitori. Anche un adolescente cresciuto in una famiglia presente e attenta, ha ricordato, può arrivare a commettere reati.
Un elemento che, secondo Coppola, dimostra perché la prevenzione non possa fermarsi alle mura domestiche: anche la scuola, le istituzioni e la società devono fare la propria parte.



