Da mulino in disuso a simbolo della Valle di Muggio

Riaperto nel 1996, quello di Bruzella continua a produrre farina. Ma la siccità mette alla prova un’attività che dipende dall’acqua.
Riaperto nel 1996, quello di Bruzella continua a produrre farina. Ma la siccità mette alla prova un’attività che dipende dall’acqua.
BRUZELLA - La ruota gira ancora, come 140 anni fa. Ma oggi basta poca acqua in meno per rallentarla drasticamente. Al Mulino di Bruzella la siccità si è fatta sentire: la struttura funziona esclusivamente grazie alla forza dell’acqua e, con la portata ridotta, la produzione può passare dai normali 100 chili di farina all’ora ad appena 20-25.
Un problema concreto nell’anno in cui il mulino festeggia un anniversario importante: 30 anni dalla riapertura al pubblico, avvenuta nel 1996. Oggi, come allora, c’era Irene Petraglio. «Ho iniziato qui come mugnaia proprio quell'anno», racconta ai microfoni di tio.ch. Una nuova esperienza nuova per lei: «La fortuna è stata che fosse ancora in vita il vecchio mugnaio, uno dei due fratelli Frigerio che hanno gestito il mulino fino agli anni Sessanta, così ho potuto imparare da loro».
La storia del mulino, però, è molto più antica. «Qui esisteva già un mulino alla fine del Duecento. Nella parte posteriore c’era inizialmente una pesta. Poi il mulino si è ampliato e quello che vediamo oggi, costruito su tre piani, risale circa al 1840. La ruota in ferro è invece del 1880 ed è stata acquistata in Italia».
Una ruota che, nonostante il passare del tempo, continua a girare. «Prima ce n’era una in legno. Il ferro è stato un materiale azzeccato perché resiste a lungo, mentre il legno si rompe e si consuma più facilmente. Questa invece gira ancora dal 1880».
Un pezzo da museo super produttivo
Guardando indietro nel tempo, «la professione è rimasta più o meno la stessa, così come la tecnica di macinazione: si lavora in modo molto arcaico, con la forza dell’acqua. È cambiato soprattutto il pubblico. Il mulino si è fatto conoscere sempre di più e oggi arrivano persone da tutto il mondo: brasiliani, australiani, italiani, tedeschi».
La particolarità del Mulino di Bruzella è che non si tratta soltanto di un museo. Qui si produce farina tutto l’anno. «L’intento era proprio quello di avere anche una produzione. Si è puntato sempre di più su un mais indigeno, di qualità, con una produzione integrata e biologica. Grazie anche a un agronomo di Agroscope è partito un progetto per la coltivazione di un mais di qualità, a cui si è aggiunto il mais rosso».
Sviluppato anche grazie a ProSpecieRara, il mais rosso è una vecchia varietà che stava scomparendo. «È un mais particolare, con una pannocchia più piccola, che richiede una selezione manuale. È un mais molto buono, ha un bel colore ed è molto apprezzato. Negli anni abbiamo avuto un incremento della produzione proprio perché c’è richiesta. E più c’è richiesta, più maciniamo».
Tra negozi, grotti, ristoranti e capanne alpine, ogni anno vengono macinate circa 20 tonnellate di mais giallo e rosso, prodotto da agricoltori del Piano di Magadino.
La siccità è una vera sfida
Quest’anno, però, la sfida è stata la siccità. «Con meno acqua, ne scorre meno anche nel fiume. Abbiamo bisogno di un quantitativo minimo per far girare la ruota e azionare le macchine, che pesano 600 chili. Ci accorgiamo subito della differenza: è bastata un po’ di pioggia l’altra sera e già ieri e oggi abbiamo visto che la ruota gira più velocemente. In questo momento produciamo circa 20-25 chili all’ora, mentre normalmente arriviamo a 100. È una bella differenza. Speriamo che inizi a piovere, perché abbiamo tante richieste».
Una festa per celebrare i 30 anni dal recupero
Il Mulino di Bruzella ha riaperto i battenti nel 1996 dopo un periodo di disuso e da allora è entrato a far parte del Museo etnografico della Valle di Muggio. Per celebrare il 30esimo anniversario è stata organizzata una giornata di festa.
«Oltre a quella che organizziamo tutti gli anni l’ultima domenica di agosto – spiega il presidente dell'Associazione del Museo etnografico della Valle di Muggio, Silvio Bindella – proponiamo una passeggiata gastronomica e culturale, con momenti di divertimento e musica, alla scoperta di quello che c’è attorno al mulino: i produttori e le persone che fanno vivere la valle. È un piccolo percorso aperto a tutti, per chi vuole iniziare la festa in un modo diverso e poi raggiungerci per festeggiare insieme».
Il mulino, racconta, è diventato sempre più simbolico: «Non dobbiamo più convincere il turista a venire: è diventato l’attrazione numero uno. Se pensiamo a trent’anni fa, era un’utopia, quasi una follia. Riprendere l’attività di un mulino era considerato qualcosa che serviva semplicemente a buttare un po’ di soldi dalla finestra. Invece, chi ha pensato a questa cosa ha avuto un’idea davvero visionaria. Oggi il mulino non è solo un pezzo del museo restaurato, ma è un luogo di vita, di incontro e di produzione di cose buone. È andato oltre le aspettative del museo e le persone lo capiscono semplicemente venendo qui».








