Mia: «A 16 anni il mio ragazzo mi ha costretta a prostituirmi»

Una testimonianza di manipolazione emotiva e sfruttamento che evidenzia la necessità di maggiore prevenzione e consapevolezza contro la tratta di esseri umani.
«Avevo 16 anni quando ho conosciuto, attraverso la piattaforma di incontri Badoo, un uomo di sei anni più grande di me», racconta Mia, oggi 26enne.
I due scoprono presto di provenire dalla stessa località del Canton Soletta e si innamorano. Ma, con il passare del tempo, nelle loro conversazioni iniziano a entrare anche le attività criminali dell'uomo. «All'inizio si trattava di piccoli traffici di droga, poi ha iniziato a fare pressione affinché trovassi un modo per guadagnare soldi».
Il momento in cui il fidanzato le propone di prostituirsi è ancora impresso nella sua memoria. «All'inizio ero scioccata. Ma attraverso lunghe conversazioni è riuscito a convincermi, anche perché avevo paura di perderlo». Dopo il primo incontro con un cliente, Mia capisce però immediatamente che quella situazione non le appartiene e che qualcosa non va.
Il suo compagno, racconta oggi, sapeva però perfettamente come manipolarla. «Continuavano a emergere nuovi problemi economici e, secondo lui, io ero l'unica soluzione possibile. Così ho continuato».
Il sogno di una casa e di una famiglia
A convincerla a non interrompere quella spirale contribuivano anche i progetti per il futuro. «Sognavamo una casa, dei figli e un'azienda tutta nostra, che ci permettesse di avere una sicurezza economica. Per tutto questo, ci serviva un capitale iniziale».
Mentre frequentava la formazione per diventare operatrice sanitaria, Mia racconta di essere rimasta quotidianamente a disposizione del suo compagno. Era lui a organizzare e decidere gli incontri con i clienti, mentre lei doveva limitarsi a eseguire quanto le veniva richiesto.
La denuncia e la condanna
Solo con il tempo Mia ha compreso fino a che punto fosse stata manipolata sul piano emotivo e psicologico. La relazione e quello che lei definisce un vero e proprio calvario sono durati circa due anni.
«Quando ho finalmente trovato il coraggio di lasciarlo, vivevo nella paura costante», racconta. A quel punto si trasferisce in segreto e cerca in tutti i modi di non farsi trovare. Ma l'ex compagno riesce più volte a rintracciarla, nel tentativo di convincerla a tornare con lui e continuare a sfruttarla.
Nel settembre del 2019 Mia decide infine di denunciarlo. Circa tre anni più tardi, l'uomo viene condannato a dieci anni di carcere e a dieci anni di espulsione dal territorio svizzero. «È stato il miglior risultato possibile e per me una grande soddisfazione», afferma. «Troppo spesso, in casi simili, la giustizia è eccessivamente indulgente con gli autori».
Un loverboy
Mia ha compreso solo in un secondo momento di essere stata vittima di un cosiddetto loverboy, colui che attua una forma di sfruttamento instaurando o simulando una relazione sentimentale per manipolare la vittima e indurla alla prostituzione.
«È stata la consulente dell'assistenza alle vittime a parlarmi di questo metodo. Quando ho iniziato a informarmi su Internet, mi sono resa conto all'improvviso che era esattamente quello che era successo a me».
Nonostante tutto ciò che ha vissuto, Mia parla di «fortuna nella sfortuna». «Non sono stata portata all'estero e non ho contratto malattie incurabili». Ma i ricordi di quel periodo e del successivo processo continuano ancora oggi ad accompagnarla.
«Bisogna iniziare dalla prevenzione»
Proprio dalla sua esperienza nasce ora la volontà di sensibilizzare l'opinione pubblica. «Non tutte le storie di donne spinte alla prostituzione iniziano con un rapimento. Spesso il coinvolgimento avviene in modo molto più graduale e subdolo».
Per questo, secondo Mia, la prevenzione dovrebbe iniziare già tra i più giovani. «L'educazione sessuale, il cyberbullismo e la prevenzione delle dipendenze sono temi presenti nei programmi scolastici. A mio avviso, invece, si parla ancora troppo poco di tratta di esseri umani».
Raccontando la propria esperienza, Mia spera quindi di contribuire a una maggiore consapevolezza sul fenomeno della prostituzione forzata e della tratta in Svizzera.
Anche perché pensare che il problema non esista qui da noi, sottolinea, sarebbe un grave errore. «Attraverso le piattaforme digitali, queste reti riescono oggi ad agire in maniera sempre più mirata e discreta».
Il suo appello è infine quello di abbattere lo stigma e i pregiudizi nei confronti delle vittime. «La cosa più importante è aiutare le persone coinvolte a superare la vergogna e la paura di parlare di ciò che hanno vissuto».



