«Lassù non c'è scampo: se cadi, sei morto»

«Uno pensa sempre “non capiterà a me”»
«Il caldo, il freddo, la pioggia, la nebbia, il vento: sull'Isola di Man gli elementi atmosferici li trovi tutti».
«Uno pensa sempre “non capiterà a me”»
«Il caldo, il freddo, la pioggia, la nebbia, il vento: sull'Isola di Man gli elementi atmosferici li trovi tutti».
DOUGLAS - Sportbike prima e Supersport poi: Johnny Stewart è stato il dominatore assoluto del Manx Grand Prix. Il clima, sull’Isola di Man, non ha in ogni caso spinto alle celebrazioni: fin dall’inizio della scorsa settimana, con la tragica morte del ticinese Mauro Poncini, nuvole nerissime si sono infatti addensate sulle terre del Mar d’Irlanda. L’incidente fatale del padrone di casa Sam Naughton e quello, drammatico, a causa del quale l’italiano Salvatore Sallustro è finito in coma (è ricoverato nell’ospedale di Liverpool), hanno poi completato un quadro per nulla edificante.
Si possono capire le emozioni (da provare), la passione (totale), l’avventura (leggendaria), ma vale davvero la pena rischiare la vita in una gara nella quale - per forza di cose - le misure di sicurezza possono dare solo garanzie parziali?
«Sull’Isola di Man non c’è scampo - ci ha raccontato, triste, Giacomo Agostini, leggenda del motociclismo - È una gara con un fascino unico, incredibile, ma non ti dà la possibilità di commettere errori. Se cadi e non sei fortunatissimo, è finita, sei morto. Per me è sempre un dolore sapere della morte, su quelle strade, di un ragazzo innamorato delle corse».
Agostini quella gara l’ha disputata e domata (ben dieci volte, è tra i piloti più vincenti di sempre a pari merito con Stanley Woods e Rob Fisher). Fino al 1972 quando, sconvolto dell'incidente fatale in cui rimase coinvolto l’amico Gilberto Parlotti, decise di non gareggiare più.
«Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Chiesi e ottenni che il Tourist Trophy venisse tolto dal calendario del Mondiale. Io sono per la libertà. Trovo giusto che ognuno possa fare quello che desidera. Se un pilota vuole correre su quelle strade, è giusto che lo faccia. E anche che si diverta. Ritenevo però una forzatura che considerassero quella gara una tappa del campionato e, per quello, ci obbligassero a gareggiare».
Dagli anni gloriosi del pilota Agostini la sicurezza ha fatto passi da gigante…
«Sull’Isola di Man di sicurezza non si può parlare. Ci sono state migliorie, certo, ma è semplicemente impossibile rendere sicura una gara che si sviluppa su 60 km, nella quale si gareggia a livello del mare, poi in montagna e dove, di solito, in pochi minuti si vivono le quattro stagioni. Il caldo, il freddo, la pioggia, la nebbia, il vento: lassù gli elementi atmosferici li trovi tutti. Un circuito normale si sviluppa su 3-4km, ci sono dieci, venti curve: tu pilota sai come comportarti, fai cento giri, conosci tutto a memoria. Nel TT, invece, farai, non so, 900 curve. È un attimo sbagliarsi su una da affrontare a 200 km/h invece che a 240 km/h. E se sbagli non ci sono vie di fuga ma alberi o case. Fascino assoluto, certo, ma pericolosissimo».
Perché, allora, tanti ne sono attratti, nonostante il grandissimo pericolo?
«Perché gli uomini sono fatti così. Pensi sempre “non capiterà a me”. Ma questo discorso vale un po’ per tutto. Quelli che scalano le montagne in condizioni proibitive, quelli che fanno le immersioni per esplorare le grotte, persino quelli che, il giorno dopo un disastro aereo, si presentano comunque in aeroporto per prendere il loro volo».
L’organizzazione punta sul fascino della corsa.
«E lo capisco. Ma negli anni, pur mantenendo il loro GP, avrebbero potuto comunque pensare a soluzioni alternative. Avevo per esempio proposto loro di costruire un motodromo. Così da unire la storia di quei luoghi alle più moderne norme di sicurezza. Spazi e possibilità ne avevano e ne hanno. L’idea non è però mai stata presa in considerazione. Hanno invece continuato a puntare sulla leggenda della loro gara, che attira sempre tanti appassionati. È magnetica, lo devo ammettere, anche io ho a lungo ceduto al suo fascino. Era emozionante chiudere una prova con le spalle della tuta completamente consumate e bianche, per quanti muri si “sfregavano”. Però, per quel che mi riguarda, a tutto c’è un limite».









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