«Il mondo non ha bisogno di una Svizzera che faccia quello che fanno tutti gli altri»

A Palazzo dei Congressi presentato il Comitato ticinese per il “sì” all'Iniziativa sulla neutralità. Accanto agli esponenti della destra anche il Partito Comunista e HelvEthica.
A Palazzo dei Congressi presentato il Comitato ticinese per il “sì” all'Iniziativa sulla neutralità. Accanto agli esponenti della destra anche il Partito Comunista e HelvEthica.
LUGANO - «Vogliamo una Svizzera che continui a seguire gli altri o una Svizzera libera di pensare e decidere da sé?». È attorno a questa domanda che ruota la campagna a favore dell'iniziativa popolare sulla neutralità, in votazione il prossimo 27 settembre.
Questa mattina, alla presentazione del comitato ticinese a Palazzo dei Congressi di Lugano, attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati esponenti della destra e dell'estrema sinistra. Un fronte trasversale che rivendica la volontà di riportare al centro quella che considera una delle caratteristiche fondanti della Svizzera.
«Siamo qui tutti uniti perché la neutralità non appartiene a nessun partito e nemmeno a un governo: appartiene alla Svizzera e alla sua popolazione», ha esordito Marco Chiesa (UDC). «Il 27 settembre saremo chiamati essenzialmente a rispondere a una domanda: come vogliamo vivere? Nella pace o nella guerra?».
«Non può cambiare a seconda del governo di turno»
Secondo Chiesa, negli ultimi anni si sarebbe assistito a un progressivo «annacquamento» della neutralità svizzera. «Non può cambiare con il Consiglio federale di turno, né in funzione delle pressioni politiche. Deve essere una certezza». L'obiettivo dell'iniziativa è quindi quello di iscrivere nella Costituzione una neutralità «permanente, armata e integrale».
Quadri: «Uno smantellamento che porta alla sottomissione»
Assente per impegni parlamentari, Lorenzo Quadri (Lega dei Ticinesi) è intervenuto con un videomessaggio. Per lui la neutralità rappresenta «un unicum fondante del nostro Paese e che per secoli ha assicurato pace e prosperità».
«Una Svizzera non neutrale perderebbe il suo ruolo di mediatrice», ha sostenuto, puntando il dito contro quelle maggioranze politiche di centro e sinistra che, a suo giudizio, avrebbero contribuito a indebolirla.
«La neutralità implica indipendenza. Il suo smantellamento figura nell'agenda della partitocrazia e porta alla sottomissione all'Unione europea e alla Nato». Da qui l'appello: «Bisogna saper resistere alle pressioni politiche. Se non vogliamo essere trascinati nei conflitti internazionali, dobbiamo restare neutrali».
«Uno sbilanciamento che fa male alla neutralità»
A ripercorrere la storia della neutralità elvetica è stato il consigliere nazionale Paolo Pamini (UDC), ricordando come questa sia stata riconosciuta ufficialmente dal diritto internazionale nel 1815, con il Congresso di Vienna. Pamini ha poi richiamato il 1939, quando, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il Consiglio federale dichiarò al mondo la volontà della Svizzera di mantenere la propria neutralità. Un principio che, secondo lui, dovrebbe valere ancora oggi.
«Non è inopportuno avere una propria opinione come cittadini o come esseri umani», ha precisato riferendosi alla proiezione del videomessaggio di Volodymyr Zelensky in Piazza federale. «Diventa però problematico quando sono le istituzioni svizzere a sbilanciarsi a favore di una delle parti in conflitto».
Per Pamini, la neutralità permette inoltre «la libera formazione del pensiero dei cittadini». E non sarebbe casuale, ha aggiunto, che proprio in Svizzera siano nate o abbiano trovato sede organizzazioni come la Croce Rossa e le Nazioni Unite.
Permanente, armata, integrale
Gli elementi centrali dell'iniziativa sono stati poi illustrati da Alessandro Mazzoleni (Lega dei Ticinesi). «Permanente» significa che la neutralità deve valere sempre e non essere reinterpretata a seconda della crisi o della maggioranza politica del momento. «Gli altri Stati devono sapere in anticipo quale comportamento attendersi dalla Svizzera».
«Armata», invece, perché essere neutrali non significa essere indifesi. Al contrario, secondo i promotori, la Svizzera deve essere in grado di proteggere autonomamente il proprio territorio e la propria popolazione, attraverso un esercito credibile.
Infine «integrale»: la neutralità non riguarderebbe soltanto la partecipazione diretta a una guerra, ma dovrebbe tradursi anche nella politica estera e di sicurezza. Il testo dell'iniziativa prevede infatti che la Svizzera non aderisca ad alleanze militari o difensive, fatta salva la possibilità di collaborare con esse in caso di aggressione militare diretta contro il Paese.
«Neutralità non significa isolamento o indifferenza», ha sottolineato Mazzoleni. Al contrario, l'obiettivo dichiarato è quello di mantenere una posizione indipendente e credibile per poter dialogare con tutte le parti e offrire i propri buoni uffici nella prevenzione e nella risoluzione dei conflitti.
Anche il Partito Comunista al tavolo
Ma al tavolo non sedevano solo esponenti della destra. A sostenere l'iniziativa c'erano anche Massimiliano Ay, per il Partito Comunista, e Adam Barbato, della Gioventù Comunista. Ay ha ribadito la necessità che la Svizzera possa continuare a essere «un mediatore affidabile e super partes» e ha invitato gli altri schieramenti progressisti a non fermarsi alla provenienza politica dell'iniziativa.
«Bisogna leggere i contenuti e non guardare solo a chi la propone», ha sottolineato. Secondo Ay, il testo riprende infatti alcune rivendicazioni storiche della sinistra: dalla non adesione alle alleanze militari alla rinuncia a partecipare ai conflitti tra Stati terzi, fino al ruolo di mediazione e alla contrarietà alle sanzioni non decise dalle Nazioni Unite.
«Sanzioni per tutti o per nessuno»
A prendere posizione è stata anche Maria Pia Ambrosetti (HelvEthica). Secondo lei, la decisione della Svizzera di riprendere le sanzioni dell'Unione europea contro la Russia, dopo l'invasione dell'Ucraina, ha inferto «un duro colpo alla credibilità della nostra neutralità».
Per Ambrosetti, criticare la scelta di Berna non significa però essere «pro Putin». «Putin passerà, cambieranno i capi di Stato, le alleanze e le guerre. La neutralità, invece, resterà».
E proprio sul ruolo che la Svizzera può ancora giocare sulla scena internazionale è tornato, in chiusura, Marco Chiesa. «Il mondo non ha bisogno di una Svizzera che faccia quello che fanno tutti gli altri», ha affermato. «Ha bisogno di una Svizzera che continui a fare ciò che solo la Svizzera può fare: essere un luogo di dialogo, essere credibile presso le parti che non si parlano più, tenere aperte porte che altri hanno chiuso».






