«Non cerco di dare delle risposte, piuttosto di lasciare delle domande»

Dino Hodic presenta giovedì al Locarno Film Festival il suo documentario "Nessuno vi farà del male". Prima è stato ospite di TioTalk
Dino Hodic presenta giovedì al Locarno Film Festival il suo documentario "Nessuno vi farà del male". Prima è stato ospite di TioTalk
LOCARNO - Il percorso nei festival cinematografici di "Nessuno vi farà del male", il documentario del 2025 del regista Dino Hodic, arriva là dove ogni cineasta ticinese sogna di approdare, almeno una volta nella vita: al Locarno Film Festival. Dopo la vittoria del Premio Visioni lo scorso gennaio all’ultima edizione delle Giornate cinematografiche di Soletta e le proiezioni al Sarajevo Film Festival e al Trieste Film Festival, il film approda ora sulle rive del Verbano, dove è stato selezionato nel programma “Panorama Suisse”.
Prodotto da Fiumi Film in coproduzione con RSI e sostenuto dalla Ticino Film Commission, il documentario racconta un viaggio intimo e personale. Hodic, cresciuto in Svizzera dopo la fuga della sua famiglia dalla guerra che ha sconvolto i Balcani, torna dopo trent’anni nei luoghi dell’infanzia, tra Bosnia e Serbia. Qui si confronta con la propria identità e con le radici del conflitto, anche attraverso l’incontro con un sopravvissuto al massacro di Srebrenica. "Nessuno vi farà del male" sarà proiettato giovedì 6 agosto alle ore 11.00 al Palexpo (FEVI). In previsione di questa proiezione pubblica, Hodic è stato ospite di TioTalk.
Il film, dopo essere stato presentato a Sarajevo, Trieste e Soletta, arriva a Locarno come tappa simbolica di un viaggio artistico e umano. «Il momento in cui un documentario arriva a un festival è quello in cui finalmente inizia il suo dialogo con il pubblico», spiega Hodic, sottolineando come il confronto con gli spettatori rappresenti una fase fondamentale del percorso di un’opera.
Al centro del documentario - ve ne avevamo già parlato all'epoca della partecipazione alle Giornate di Soletta - c’è un ritorno alle proprie origini, in Bosnia, raccontato attraverso diversi punti di vista: quello del regista, appartenente alla seconda generazione che non ha vissuto direttamente la guerra; quello dei suoi genitori e dei nonni; quello di Hasan, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica. «È stato un viaggio sia fisico che interiore», racconta Hodic. «Ho cercato di rispondere a una serie di domande che mi sono sempre posto attraverso i racconti della mia famiglia e di Hasan».
Il film affronta temi profondi e delicati, legati alla memoria della guerra e all’identità. «Per chi appartiene alla seconda generazione c’è sempre una sensazione di stare “in mezzo”», spiega il regista. «Quando sono in Bosnia mi sento a casa, ma anche quando torno in Svizzera mi sento a casa. C’è qualcosa di non risolto che ho cercato di affrontare con questo documentario».
Un percorso che, più che fornire risposte, apre interrogativi. «Non penso di aver trovato delle vere risposte», ammette il regista. «Era importante attraversare queste domande. È stato anche un percorso terapeutico».
Tra i momenti più significativi del viaggio del film in questi mesi è senz'altro la partecipazione al festival di Sarajevo, vissuta come un'esperienza dal forte valore simbolico: «Partire proprio da dove, in un certo senso, è tutto iniziato è stato qualcosa di importante». A Trieste, invece, il legame geografico e culturale con i Balcani ha favorito un dialogo diretto con il pubblico, mentre a Soletta il documentario ha ottenuto un riconoscimento importante, vincendo nella categoria Visioni. «È stato qualcosa di incredibile, un’esperienza che mi porterò dentro per sempre», afferma.
Nonostante il successo, Hodic sottolinea la responsabilità legata al racconto di storie traumatiche: «È un documentario che aveva il rischio di sembrare molto politico. Abbiamo cercato di mantenere una sensibilità giusta, sia durante le riprese sia nel montaggio». Il confronto con persone direttamente coinvolte nei fatti narrati ha reso il processo complesso: «Ci sono stati momenti in cui certe ferite si sono riaperte. Non è stato semplice, ma credo che ne sia valsa la pena».
Il cuore del progetto resta però il dialogo con il pubblico. Anche quello di Locarno. «Spero che il film riesca a lasciare qualcosa e che le persone possano portarsi a casa delle domande».






