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«Mio marito è morto. E questa attesa è diventata assurda»

Il 54enne Gianfranco Sangion ha perso la vita nel 2021 in un incidente sul lavoro avvenuto su un cantiere a Paradiso. Il processo si è tenuto a settembre 2025. E la famiglia è ancora in attesa del verdetto.
«Mio marito è morto. E questa attesa è diventata assurda»
Rescue Media
«Mio marito è morto. E questa attesa è diventata assurda»
Il 54enne Gianfranco Sangion ha perso la vita nel 2021 in un incidente sul lavoro avvenuto su un cantiere a Paradiso. Il processo si è tenuto a settembre 2025. E la famiglia è ancora in attesa del verdetto.

LUGANO - Paradiso, 8 gennaio 2021. Gianfranco Sangion, dipendente di una nota ditta di costruzioni ticinese, è al lavoro al cantiere dell’ex Hotel du Lac. 

Intorno alle 11 partecipa a una procedura di lancio di materiali che andavano convogliati al pianterreno e viene colpito alla testa da un telaio gettato da un collega, attraverso il vano dell'ascensore, dal sesto piano dell'edificio. 

Per lui non c’è nulla da fare: il 54enne, residente nel Comasco, muore sul posto a causa delle gravi ferite riportate.

Un verdetto che non arriva
Il processo ha visto protagonisti tre imputati: l’operaio che gettò il materiale, il tecnico responsabile della sicurezza e il capo cantiere. Tutti sono accusati di omicidio colposo e violazione delle regole dell’arte edilizia. Ma a ben nove mesi dal processo la sentenza ancora non c’è…nonostante la tempistica indicata dal giudice Paolo Bordoli per il suo arrivo fosse quella di fine novembre.

Per la famiglia, naturalmente, questo ritardo spropositato rappresenta un patimento non indifferente. E a confermarcelo è la moglie della vittima, Tatiana Sangion Capitanio.

«È una cosa che resta sempre in testa. È come se non fosse chiuso niente» ci dice, emozionata. «Ci hanno messo quattro anni e mezzo per arrivare al processo e ancora non abbiamo risposte. Dal sistema giudiziario svizzero ci aspettavamo altro, anche i miei figli sono delusi».

Pene irrisorie
Per la donna, oltretutto, le pene proposte dalla pubblica accusa (otto mesi sospesi con la condizionale per due degli imputati e dieci mesi con la condizionale per il terzo) sono irrisorie. «Quel che ha chiesto il procuratore non mi sembra molto, ma magari la vedo con gli occhi di chi è coinvolto in prima persona». 

«Quel cantiere non era sicuro, si lavorava male e di fretta»
E la vedova guarda al di là delle responsabilità degli imputati. «Avrei voluto che anche la ditta fosse coinvolta nel procedimento penale. Mio marito mi aveva riferito che quel cantiere in particolare non era sicuro, che si lavorava male e con la fretta. Lui però non osava dire nulla per paura di venire licenziato…i tempi non erano dei migliori. E come ha detto uno degli avvocati durante il dibattimento, non è proprio corretto che un'azienda così grossa faccia uno scaricabarile totale sui singoli lavoratori». 

L’auspicio, ad ogni modo, è che quanto avvenuto sia di insegnamento: «Lo spero, ma non ci credo molto. Gli incidenti sul lavoro continuano a succedere. Servirebbero più controlli, e spesso e volentieri gli operai hanno paura di parlare». 

«Era molto legato alla famiglia. Facevamo tutto insieme»
La Signora Sangion ricorda quindi suo marito: «Era molto legato alla famiglia e andava d’accordo con tutti. Era serio quando necessario, ma anche capace di ridere e scherzare. Mi manca la sua protezione. Facevamo tutto insieme. Quella mattina l’ho salutato e poi è successo quello che è successo».

Lavorativamente, sottolinea la donna, Sangion era un tipo «attento, preciso e responsabile». Quella tragica fine ha dunque un retrogusto ancora più amaro. «Il grosso della sofferenza l’ho superato, ma resta la rabbia. Se mio marito fosse ancora in vita, quest’anno sarebbe andato in prepensionamento».

E il verdetto continua a farsi attendere. «Sono passati cinque anni e mezzo da quell’8 gennaio 2021 e nessuno ci ha contattati per spiegare questo ritardo. Sappiamo che non verrà risolto nulla con questa sentenza, ma speriamo almeno in un minimo di giustizia. E questa attesa ha dell’incredibile…è assurdo».

«Un ritardo che si è trascinato. Non è un procedimento semplice»
La nostra redazione ha quindi chiesto delucidazioni al Tribunale penale cantonale.

«Purtroppo si è creato un ritardo iniziale nelle tempistiche che poi si è trascinato», spiega, da noi sentito, il giudice Paolo Bordoli. «Nel corso dei mesi ho dovuto prioritizzare altri casi perché rischiavano di andare in prescrizione o vedevano gli imputati in detenzione preventiva. Va detto poi che i procedimenti penali come questo non sono semplici perché, al di là dei reati prospettati, ci sono tutta una serie di aspetti tecnici e norme infortunistiche legate al settore dell’edilizia che bisogna approfondire». 

«La sentenza», precisa infine, «verrà comunque data al più tardi ad agosto».

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