«Tutti i giorni chiedo a ChatGPT». L'esperto svela tutti i rischi nell'uso dell'Intelligenza artificiale

Rischiamo davvero di diventare più stupidi a forza di usare l'IA? Alessandro Trivilini ci ha dato delle risposte e ha scritto pure un libro, e parla di un pericolo che viene troppo spesso sottovalutato.
LUGANO - C'è già chi non ne può più farne a meno e non riesce a immaginarsi una vita senza chiedere informazioni a ChatGpT. Oltre due terzi degli svizzeri utilizzano regolarmente l'Intelligenza Artificiale (IA), con un'adozione superiore alla media europea. La percentuale supera l'80% tra i giovani, stando a una recente indagine condotta dall’Università di Zurigo nell’ambito del World Internet Project (WIP), che analizza l’uso di internet e della tecnologia in 30 Paesi.
Siamo già dipendenti dall'IA come lo siamo già dai cellulari e da Internet? La risposta arriva da Alessandro Trivilini, esperto di sicurezza e informatica forense, che sul tema ha appena scritto un libro dal titolo "La dieta cognitiva dei 7 giorni". «È probabilmente ancora presto per parlare di una vera e propria dipendenza clinica da intelligenza artificiale, almeno nei termini con cui oggi vengono definite altre forme di dipendenza. Possiamo però osservare alcuni segnali che meritano attenzione. Sempre più persone utilizzano le chatbot non soltanto per ottenere informazioni, ma anche per ricevere rassicurazione, aiuto nelle decisioni, supporto nella scrittura, organizzazione delle idee o persino conforto nei momenti di incertezza. Il tema quindi non riguarda soltanto il tempo trascorso utilizzando questi strumenti, ma il tipo di funzioni cognitive che iniziamo ad affidare loro. La domanda interessante non è quante volte utilizziamo l'intelligenza artificiale, ma cosa accade quando diventa la nostra prima risposta al dubbio, alla fatica mentale o alla necessità di prendere una decisione. Per questo nel libro propongo di osservare il fenomeno attraverso il concetto di autonomia cognitiva: quali capacità continuiamo ad allenare personalmente e quali stiamo delegando agli algoritmi senza rendercene conto.
Eppure il 97% della popolazione conosce strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude. Perché li utilizziamo così tanto?
Perché sono utili, veloci e sempre disponibili. Ma soprattutto perché ci offrono qualcosa che gli esseri umani cercano da sempre: il sollievo cognitivo. Quando non sappiamo come iniziare un testo, quando siamo indecisi, quando dobbiamo comprendere rapidamente un argomento o quando ci sentiamo sotto pressione, l'intelligenza artificiale riduce la fatica mentale e ci restituisce una sensazione immediata di controllo e rassicurazione. È un'esperienza molto gratificante e proprio per questo tendiamo a ripeterla. Il problema non nasce quando utilizziamo l'IA per svolgere attività ripetitive o per aumentare la produttività. Il rischio emerge quando iniziamo ad affidarle sistematicamente funzioni che contribuiscono a sviluppare le nostre capacità cognitive. Penso, ad esempio, alla scrittura, allo studio, alla memoria, all'interpretazione delle informazioni, alla gestione del dubbio o alle decisioni personali. In questi ambiti l'intelligenza artificiale può essere un eccellente supporto, ma se utilizzata in modo acritico rischia di trasformarsi da strumento di potenziamento a strumento di sostituzione.
Quali rischi vede nell’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale?
Il rischio principale non è che l'intelligenza artificiale commetta errori. Quello è un problema tecnico che può essere gestito attraverso verifiche e controlli. Il rischio più interessante riguarda invece il rapporto che costruiamo con questi sistemi. Le moderne chatbot sono progettate per essere disponibili, collaborative, pazienti, prevedibili e prive di giudizio. Comunicano in modo chiaro, rassicurante e spesso molto convincente. Tutte caratteristiche che favoriscono la costruzione della fiducia. Nella vita quotidiana tendiamo naturalmente a fidarci di chi ci aiuta, ci comprende e riduce le nostre incertezze. L'intelligenza artificiale è particolarmente efficace nel produrre questa sensazione. Il problema nasce quando smettiamo di considerarla uno strumento e iniziamo a utilizzarla come punto di riferimento costante per interpretare la realtà, prendere decisioni, scrivere, ricordare o cercare rassicurazione. In questi casi il rischio non è soltanto una possibile dipendenza dalla tecnologia. Il rischio è una progressiva delega di alcune capacità cognitive fondamentali, come il dubbio, il pensiero critico, l'autonomia decisionale e la capacità di tollerare l'incertezza.
Propone una dieta di sette giorni, in che cosa consiste esattamente e soprattutto quali sono i segnali che indicano che è arrivato il momento di mettersi a dieta?
La dieta cognitiva dei 7 giorni è un esperimento su base scientifica di osservazione personale. Per una settimana il lettore viene invitato a sospendere alcune forme di supporto offerte dall'intelligenza artificiale, come la rassicurazione, la scrittura assistita, le decisioni delegate, la memoria artificiale o la ricerca di risposte immediate. L'obiettivo non è rinunciare alla tecnologia, ma osservare cosa accade quando torniamo temporaneamente a fare da soli ciò che affidiamo sempre più spesso agli algoritmi.
I segnali più interessanti emergono quando proviamo disagio nel fare a meno dell'IA. Ad esempio quando sentiamo il bisogno immediato di chiedere una conferma, quando fatichiamo a prendere una decisione senza consultarla, quando non riusciamo più a scrivere un testo autonomamente o quando avvertiamo una sensazione di incertezza appena smettiamo di utilizzarla. In questi casi non significa necessariamente che esista una dipendenza, ma potrebbe essere il segnale che alcune capacità cognitive stanno venendo esercitate sempre meno e delegate sempre più spesso agli algoritmi.
Ritiene che in futuro l’uomo non sarà più in grado di pensare autonomamente? Andremo davvero incontro a una distruzione della nostra capacità autonoma di cognizione?
No, non credo che l'intelligenza artificiale distruggerà la capacità umana di pensare autonomamente. La storia ci insegna che ogni nuova tecnologia modifica alcune abitudini cognitive senza eliminare le capacità fondamentali dell'essere umano. La scrittura non ha eliminato la memoria, il calcolatore non ha eliminato il ragionamento matematico e Internet non ha eliminato la conoscenza. Il vero rischio è un altro. Alcune capacità potrebbero essere esercitate meno frequentemente perché delegate agli algoritmi. Se non prestiamo attenzione, potremmo abituarci a chiedere sempre più spesso all'intelligenza artificiale di ricordare, scrivere, interpretare, decidere o rassicurarci.
Non si tratta quindi di una distruzione delle capacità cognitive, ma di un possibile indebolimento dovuto al mancato allenamento. Per fare un esempio concreto, ciò che dobbiamo evitare è che, di fronte a una votazione o a una decisione importante, le persone smettano di approfondire autonomamente e si limitino ad accettare la sintesi proposta da ChatGPT.
L'intelligenza artificiale spesso si rivela migliore dell’intelligenza umana. Non crede che questo superamento possa rappresentare un elemento di frustrazione per l’individuo?
Sì, credo che questo sia uno dei rischi più sottovalutati. L'intelligenza artificiale è già in grado di svolgere molte attività meglio e più velocemente di noi. Può scrivere testi, analizzare grandi quantità di informazioni, tradurre lingue, sintetizzare documenti e fornire risposte in pochi secondi. Di fronte a queste capacità è naturale provare ammirazione, ma anche una certa frustrazione. Il rischio non è tanto che l'IA diventi più brava dell'essere umano in alcuni compiti. Il rischio è che l'essere umano, a un certo punto, smetta di provarci. Quando una macchina sembra sempre più veloce, più precisa e più competente, potremmo essere tentati di arrenderci progressivamente allo sforzo di pensare, scrivere, ricordare o decidere autonomamente. È proprio qui che si gioca la sfida più importante. Non dobbiamo competere con l'intelligenza artificiale sul terreno della velocità o della potenza di calcolo. Dobbiamo continuare a coltivare quelle capacità che rendono l'essere umano unico: il pensiero critico, la creatività, il giudizio, la responsabilità, la capacità di attribuire significato alle esperienze e di assumersi le conseguenze delle proprie scelte. L'intelligenza artificiale può fare molte cose meglio di noi. Ma il rischio più grande sarebbe convincerci che, per questo motivo, non valga più la pena continuare ad allenare ciò che sappiamo fare noi.
Scrive: “L'intelligenza artificiale possiede inoltre una caratteristica unica: non dorme, non si stanca, non perde la pazienza, non ci interrompe, non si irrita e non ci giudica”.In sostanza è l’amico che tutti vorrebbero avere. Ed è per questo che molti giovanissimi lo usano anche per risolvere questioni private e sentimentali?
Credo che questo sia uno dei fenomeni più interessanti che stiamo osservando. L'intelligenza artificiale non è un amico nel senso umano del termine, ma possiede alcune caratteristiche che la rendono particolarmente attraente dal punto di vista relazionale. È sempre disponibile, risponde immediatamente, non giudica, non si stanca e si adatta al nostro modo di comunicare. Nel libro utilizzo il concetto di Altro Artificiale proprio per descrivere questa situazione. Per la prima volta nella storia stiamo interagendo quotidianamente con qualcosa che non è una persona, ma che può assumere alcune delle funzioni che normalmente attribuiamo a un'altra persona: ascoltare, rispondere, rassicurare, spiegare, consigliare e accompagnarci nei momenti di incertezza. Per molti giovani, ma non solo, tutto questo può risultare estremamente confortevole. Parlare con una chatbot è spesso più semplice che esporsi al giudizio, al conflitto o alla complessità di una relazione umana. Non credo che il problema sia chiedere un consiglio all'intelligenza artificiale. Il rischio emerge quando questa diventa il principale punto di riferimento emotivo o relazionale per affrontare dubbi, difficoltà o questioni personali. Le relazioni umane sono imperfette, richiedono pazienza, confronto e talvolta anche fatica. Ma proprio queste caratteristiche contribuiscono alla crescita personale. L'intelligenza artificiale può offrire supporto, ma non può sostituire l'esperienza di una relazione autentica costruita con un altro essere umano.
Esiste un modo positivo e un modo negativo di usare l’intelligenza artificiale?
Sì, ma la differenza non dipende tanto dalla tecnologia quanto dal rapporto che costruiamo con essa. L'uso positivo consiste nell'utilizzare l'intelligenza artificiale per amplificare le nostre capacità: imparare più velocemente, esplorare nuove idee, aumentare la produttività, comprendere meglio problemi complessi e liberare tempo da attività ripetitive. L'uso negativo inizia quando smettiamo progressivamente di esercitare alcune capacità perché ci abituiamo a delegarle sistematicamente agli algoritmi. In altre parole, l'intelligenza artificiale è utile quando ci aiuta a pensare meglio. Diventa problematica quando inizia a pensare al posto nostro. La sfida del futuro non sarà scegliere tra uomo o intelligenza artificiale. Sarà imparare a collaborare con l'intelligenza artificiale senza rinunciare alla nostra autonomia cognitiva, alla nostra responsabilità e alla nostra libertà di pensiero. Da questo equilibrio dipenderanno valori fondamentali della nostra società, come la responsabilità individuale, la libertà di pensiero e la partecipazione democratica.



