Tortura e terrore: un vodese avrebbe fatto 15 vittime

Un uomo di 33 anni avrebbe agito dal 2010 al 2018 nel canton Vaud. Gli vengono contestate più di una decina di infrazioni. Al via il il maxi-processo
RENENS - Un atto d'accusa lungo una quarantina di pagine raggruppa tutte le infrazioni contestate a Dylan*, uomo di 33 anni originario del Nord vodese. Delle 15 vittime indicate nel documento, solo quattro hanno osato sporgere denuncia in sede penale e civile. Le altre dieci hanno rifiutato, tra l'altro per paura di ritorsioni. Il suo processo si è aperto oggi, lunedì a Renens.
Tra il 2010 e il 2018, Dylan* avrebbe esercitato la sua influenza su tutte queste persone seguendo quasi sempre lo stesso modus operandi. Per le otto donne coinvolte, il trentenne, che all'epoca dei fatti aveva poco più di vent'anni, avrebbe inizialmente agito normalmente nelle prime settimane, per poi cambiare comportamento da un momento all'altro.
Oltre a violenze domestiche quasi quotidiane, l'imputato avrebbe legato per diverse ore le sue vittime, colpendole a mani nude, conficcando loro delle freccette di metallo nella pelle o ancora distribuendo scariche di taser sulle parti genitali.
Sequestri e scariche elettriche
Oltre ai tentativi di lesioni semplici e aggravate, Dylan* è anche accusato di stupro qualificato, costrizione sessuale, o ancora di sequestro con, come circostanza aggravante, crudeltà. Il vodese avrebbe infatti torturato diverse delle sue vittime dopo averle private della libertà. Poiché un suo amico non gli avrebbe restituito una piccola somma di denaro, Dylan* avrebbe ad esempio deciso di legarlo, picchiarlo, poi piantargli due aghi nella pelle prima di collegarli con un cavo per infliggergli molteplici scariche elettriche.
Un'altra vittima sarebbe stata bruciata più volte con un saldatore. Alcune presentano ancora oggi delle conseguenze fisiche di queste violenze. Una di loro avrebbe raggiunto un livello dell'80% di sordità all'orecchio destro, tanto i colpi regolari alla testa avrebbero compresso le ossa del cranio.
Terrore psicologico
Secondo l'atto d'accusa, Dylan* avrebbe mantenuto un legame ambiguo con ciascuna delle sue vittime. Poco dopo queste sessioni di tortura psicologica e fisica, l'imputato si sarebbe premurato di scusarsi e di abbracciare le persone lese, spesso ricoperte di sangue o ancora stordite dai suoi colpi. Il vodese avrebbe dunque esercitato un controllo totale sulle sue vittime, che sembravano temere ogni sua minima variazione d'umore.
Quando avrebbero voluto denunciarlo, Dylan* le avrebbe fatte sentire in colpa per evitare che i suoi atti si diffondessero. Questo metodo gli avrebbe permesso di isolare completamente le sue vittime per esercitare un controllo assoluto. In detenzione preventiva, poi in esecuzione anticipata della pena dal 2018, il vodese di 33 anni rischia una pena fino a 20 anni di privazione della libertà.
Due uomini e una donna sono anch'essi citati nell'atto d'accusa per aver partecipato a un rapimento organizzato da Dylan* nell'agosto 2018. Il vodese e i suoi tre complici avrebbero teso un'imboscata a una conoscenza che avrebbe denunciato le violenze regolari di Dylan* sul suo cane. La donna avrebbe finto un appuntamento galante in un bosco vicino a Oron, prima che i tre uomini gli piombassero addosso. I quattro imputati si sarebbero allora accaniti sulla vittima colpendola ripetutamente, dandole scariche di Taser, minacciandola con un coltello e spruzzandole spray al peperoncino sul viso. La vittima, dopo essere stata trasportata e sequestrata durante la notte nell'abitazione di Dylan*, si sarebbe rifugiata il giorno dopo in Francia da un familiare. Fa parte dei quattro querelanti.



