Derubavano anziani fingendo danni alle case: un tatuaggio e il Dna li hanno traditi

I due cittadini tedeschi sono stati condannati e dovranno scontare anni di carcere, oltre all’espulsione dalla Svizzera.
ZURIGO - Si presentavano come operai gentili e professionali, pronti a intervenire per riparare un presunto danno al tetto. In realtà, secondo quanto riportato dal Tages-Anzeiger, erano falsi lavoratori che prendevano di mira soprattutto persone anziane e approfittavano della loro fiducia per poi rubare denaro gioielli.
Un bottino da 260 mila franchi
In cinque mesi due cittadini tedeschi di 39 anni avrebbero colpito 18 abitazioni in Svizzera, da Zurigo a San Gallo fino a Basilea, con un bottino che secondo la procura raggiunge almeno 260 mila franchi.
Il quotidiano racconta, tra gli altri, il caso di una coppia di pensionati di Zurigo. Alla porta della loro villetta si erano presentati due uomini vestiti da operai, spiegando in perfetto tedesco di lavorare nella casa di fronte e di avere notato un problema all'abitazione. Poiché nell'edificio vicino erano effettivamente in corso dei lavori, la donna li aveva fatti entrare. Poco dopo aveva visto un piccolo rivolo d'acqua scendere lungo la parete accanto al camino.
Il metodo era sempre simile
I due si erano offerti di intervenire immediatamente. Quando avevano chiesto una scopa, la pensionata era scesa in cantina. Al ritorno, però, qualcosa aveva cominciato a insospettirla: «Quando sono tornata, uno di loro era sulle scale con un cacciavite e mi sono sentita a disagio», racconta al Tages-Anzeiger. I due avevano improvvisamente fretta e se ne erano andati rapidamente. Poco dopo la coppia aveva scoperto la sparizione di contanti e gioielli, per un valore di 7500 franchi.
Secondo la procura, il metodo era sempre simile. I due individuavano case unifamiliari vicine a un cantiere e sceglievano come vittime persone anziane, soprattutto donne. Uno distraeva il proprietario parlando, mentre l'altro versava sulla parete acqua portata con sé, creando così la prova del fantomatico danno. «Si presentavano in modo estremamente professionale», ha spiegato il procuratore.
I due errori fatali
A tradirli sono stati però alcuni errori. Durante uno dei colpi a Zurigo, uno dei due aveva utilizzato il telefono della vittima per fotografare il tetto, che aveva precedentemente danneggiato. Nell'immagine era rimasto visibile anche il suo braccio, con un tatuaggio. I due avevano inoltre dimenticato una ricetrasmittente sulla scena di un furto e lasciato in diverse occasioni tracce di Dna.
I due 39enni hanno ammesso in larga parte i fatti. Secondo l'accusa, uno svolgeva il ruolo di autista e aiutante, mentre l'altro era il capo. Il primo è stato condannato dal Tribunale distrettuale di Meilen a tre anni di carcere per furto commesso in banda e per mestiere, di cui un anno da scontare. Avendo già trascorso quel periodo in detenzione, ha potuto lasciare il carcere ed è tornato in Germania. È stato inoltre espulso dalla Svizzera per sette anni.
Il processo al capo
Più complesso il procedimento contro il presunto capo. La procura gli contestava anche una rapina ai danni di una donna zurighese di 85 anni, che avrebbe gettato contro un tavolo di marmo nel tentativo di raggiungere la cassaforte. L'imputato ha negato con decisione: «Ho commesso i furti grazie alla mia capacità di persuasione, mai con la violenza». Il tribunale lo ha infine assolto dall'accusa di rapina, condannandolo però a quattro anni di detenzione per i furti. Dopo avere scontato la pena dovrà lasciare la Svizzera per otto anni.
L'uomo, riferisce ancora il Tages-Anzeiger, aveva già precedenti in Germania e aveva raccontato di avere accumulato pesanti debiti giocando a poker nei casinò. In aula ha sostenuto che il valore della refurtiva fosse inferiore alle stime della procura: «Abbiamo incassato al massimo 130 mila».



