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09.10.2020 - 12:210

Un divieto che «penalizzerebbe l'intera piazza finanziaria»

Il parere del Consiglio federale sull'iniziativa per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico

BERNA - L'iniziativa popolare che vuole vietare il finanziamento dei produttori di materiale bellico nuocerebbe alla piazza finanziaria ed economica svizzera e metterebbe a rischio le rendite di vecchiaia. Ne è convinto il Consiglio federale che invita a respingere il testo posto in votazione il prossimo 29 novembre.

La proposta di modifica costituzionale, promossa dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) e dai giovani Verdi e forte di 104'612 adesioni, vuole vietare alla Banca nazionale svizzera, alle casse pensione e alle fondazioni d'investire nelle imprese che realizzano oltre il 5% del loro giro d'affari annuo con la fabbricazione di materiale bellico. L'iniziativa chiede inoltre che la Confederazione si adoperi a livello nazionale e internazionale affinché siano applicate condizioni analoghe a banche e assicurazioni.

Utopica e ininfluente - Il comitato promotore, ha rammentato oggi davanti ai media il consigliere federale Guy Parmelin, responsabile del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR), spera in questo modo di contribuire alla diminuzione dei conflitti e, di conseguenza, degli spostamenti di popolazioni che fuggono dai conflitti. A loro avviso, un divieto del genere rafforzerebbe anche la credibilità della politica estera della Svizzera e la sua neutralità.

Ma per il ministro democentrista tutto ciò è utopico, irrealizzabile e, perdipiù, dannoso per la nostra economica. A suo parere, un "sì" alle urne non avrebbe alcun impatto sulla produzione mondiale di materiale bellico, di cui la Svizzera fornisce una porzione ininfluente (meno dell'1% secondo Parmelin). Un'idea del genere, ha aggiunto, non troverebbe alcun sostegno né alle Nazioni unite, né da parte di altre organizzazioni internazionali, ha affermato.

Perniciosa per rendite - Ma oltre a essere inefficace, l'iniziativa avrebbe un impatto negativo sulla Svizzera, perché limiterebbe fortemente le possibilità d'investimento delle casse pensioni - circa 1'700 in Svizzera - dell'AVS/AI e della Banca nazionale svizzera. Ciò vale anche per le assicurazioni e le banche che non potrebbero più proporre certi fondi d'investimento internazionali a buon mercato: a essere penalizzata sarebbe la piazza finanziaria intera.

Ogni investimento, stando a Parmelin, dovrebbe essere passato al setaccio per sincerarsi che non includa titoli d'imprese belliche, tra cui non soltanto figurano i giganti dell'industria bellica mondiale, ma anche società che producono solo in parte per l'industria dell'armamento, con dispendio di soldi e tempo.

Pur essendo difficile quantificare le perdite per le assicurazioni sociali, per Parmelin è assurdo in questo momento storico caratterizzato dalla pandemia creare ulteriore incertezza per la piazza finanziaria e le assicurazioni sociali, con quest'ultime già in difficoltà a causa dei tassi d'interesse negativi e dell'evoluzione demografica.

PMI penalizzate - A motivare il no del Consiglio federale, cui si aggiunge quello del parlamento, sono anche ragioni economiche e di politica di sicurezza. A causa del divieto di finanziamento imposto alle banche svizzere, nemmeno le piccole e medie imprese (PMI) otterrebbero più credito perché secondo i rigidi criteri dell'iniziativa sarebbero considerate anch'esse produttrici di materiale bellico.

In Svizzera, ha spiegato il ministro vodese, non c'è solo la Ruag che produce materiale bellico, ma anche molte PMI che, accanto a commesse civili, forniscono componenti all'industria bellica. L'asticella posta molto in basso, ossia il 5% del fatturato, può essere oltrepassata facilmente: una società di piccole dimensioni che durante un anno ha incassato oltre il 5% da una commessa con fini bellici rischierebbe quindi di vedersi tagliata fuori dai finanziamenti bancari, ha sostenuto Parmelin.

Se accolta, l'iniziativa creerebbe problemi di pianificazione non da poco per queste imprese, proprio qualcosa di cui queste aziende non hanno bisogno in questo momento. A patirne sarebbero soprattutto le aziende attive nell'industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica che sono in parte fornitrici delle imprese d'armamento. Se simili ditte dovessero stentare a ottenere crediti, investirebbero di meno, a scapito della competitività. Il risultato? Perdita di posti di lavoro e di conoscenze.

Disporre di un'industria tecnologicamente avanzata è importante per il benessere in Svizzera, non da ultimo perché sostituisce la dipendenza unilaterale dell'esercito svizzero dall'approvvigionamento estero con una dipendenza reciproca, facendo sì che le aziende fornitrici elvetiche siano integrate nelle catene di creazione del valore d'imprese d'armamento straniere.

Un unicum a livello mondiale - A far pendere la bilancia dalla parte dei contrari dell'iniziativa, è anche il fatto che nessun Paese al mondo, a parere del capo del DEFR, conosce un divieto di finanziamento così radicale come quello auspicato dall'iniziativa.

Parmelin ha fatto notare che la Svizzera applica già un rigido controllo sulle esportazioni di armi; in Svizzera vige poi il divieto di finanziamento, come previsto dalla legge sul materiale bellico, per le armi atomiche, biologiche e chimiche e per le munizioni a grappolo e le mine antiuomo.

La regolamentazione vigente concede però alle casse pensioni e alla piazza finanziaria svizzera il margine di manovra necessario affinché i patrimoni gestiti possano essere investiti in diversificato e con pochi rischi in prodotti finanziari diffusi a livello internazionale.

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