E se non ci fossero più obiettori? Il paradosso del Servizio Civile

Tommaso Valsangiacomo, presidente Giovani Liberali Radicali Mendrisiotto
Il prossimo 14 giugno saremo chiamati a esprimerci sulla riforma della legge sul servizio civile. È una votazione di grande rilevanza per i giovani del nostro Paese che rischia tuttavia di passare in secondo piano, messa in ombra dal dibattito sull'iniziativa "NO a una Svizzera da 10 milioni". Eppure, la posta in gioco merita tutta la nostra attenzione.
Fino ad oggi, il discorso pubblico si è polarizzato sulle solite posizioni: da un lato la legittima preoccupazione per gli effettivi dell'esercito e la sicurezza nazionale, dall'altro la difesa del servizio civile come una conquista duramente guadagnata. Tuttavia, in questa discussione stiamo ignorando un aspetto particolarmente critico e oggettivamente paradossale.
C'è un'argomentazione, sollevata dai contrari alla riforma, che impone una profonda riflessione. Si sostiene che, se la nuova legge dovesse entrare in vigore, determinati ambiti in cui oggi il servizio civile opera rischierebbero carenze di organico. Questa constatazione, invece di essere un motivo per votare "No", rappresenta un serio monito per il nostro Paese. Emerge infatti una realtà preoccupante: in Svizzera ci sono interi comparti che, per la loro ordinaria amministrazione, hanno sviluppato una dipendenza strutturale dai civilisti.
La domanda che le nostre istituzioni devono porsi è inevitabile: come è stato possibile tollerare che ambiti, talvolta nevralgici, come l'assistenza sociosanitaria ai nostri anziani o la preservazione della biodiversità, finissero per basarsi su un contingente di personale la cui disponibilità è per natura incerta?
Ricordo che il servizio civile è una condizione d'eccezione, non la regola. Spingendo quindi il ragionamento all'estremo: se, in un anno ipotetico, nessuno in Svizzera avesse un conflitto di coscienza, ci ritroveremmo improvvisamente privi di quasi 7'000 unità operative, paralizzando di fatto interi settori. Ci troviamo di fronte a una disfunzione del sistema, una vulnerabilità che si è consolidata nel tempo, permettendo che la sopravvivenza di servizi essenziali si fondasse su una forza lavoro che, in condizioni normali, non dovrebbe raggiungere questi numeri.
Sia chiaro: con questo non si intende accusare tali settori di impiegare i civilisti per una mera questione di risparmio. La Legge sul servizio civile vieta la distorsione della concorrenza sul mercato del lavoro ed eventuali infrazioni vengono controllate e sanzionate. Ciò che va condannato non è il ricorso al civilista nel pieno rispetto delle regole, ma la dipendenza strutturale da questo "aiuto extra" per garantire il normale svolgimento delle attività.
Sostenere la riforma in votazione il 14 giugno non è un attacco al servizio civile in quanto tale. Al contrario, è un atto di responsabilità politica. Significa porre fine a questa anomalia strutturale, impegnando finalmente le istituzioni a garantire a questi settori il personale e le risorse necessarie per funzionare in modo solido e indipendente.



