Cerca e trova immobili
LOCARNO

«Tutto ciò che ti raccontano essere inutile, invece, serve»

Studiare e imparare il mestiere: è il consiglio ai giovani aspiranti musicisti di Federico Zampaglione, frontman dei Tiromancino e primo grande nome musicale di Winterland 2026
«Tutto ciò che ti raccontano essere inutile, invece, serve»
WINTERLAND
«Tutto ciò che ti raccontano essere inutile, invece, serve»
Studiare e imparare il mestiere: è il consiglio ai giovani aspiranti musicisti di Federico Zampaglione, frontman dei Tiromancino e primo grande nome musicale di Winterland 2026

LOCARNO - I Tiromancino. Sono loro il primo grande nome musicale dell'edizione 2026/27 di Winterland, l'evento che dal 19 novembre al 6 gennaio accenderà le festività di Ascona e Locarno. Il loro concerto, a ingresso gratuito, è in programma il 18 dicembre dalle 20.30 nel Raiffeisen Pavilion.

La band romana ha concluso da poche settimane un lungo e fortunato tour italiano a supporto dell'ultimo album pubblicato a febbraio. "Quando meno me lo aspetto" è un album interessante nel percorso discografico dei Tiromancino: più vicino nei suoni alla dimensione live rispetto ai precedenti, è al contempo profondo ed elegante, con Federico Zampaglione che non perde il gusto per il racconto cinematografico in musica. Ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Partiamo dalla cronaca delle scorse settimane, con le proteste anche violente nelle piazze italiane specialmente il 17 ottobre. Sono stati molti gli artisti che si sono sentiti chiamati in causa.
«Gli artisti osservano la realtà e talvolta esprimono la propria opinione. Qui, più che dare un parere, occorre riflettere su che cosa scateni una situazione del genere. La nostra sta diventando una società confusionaria e chiassosa, che porta le persone a non capire più chi siano e che cosa vogliano realmente. Ci vengono imposti bisogni che non abbiamo e traguardi che non ci interessano, ma siamo continuamente spinti verso la corsa e la competizione. Tutto ciò che possediamo deve essere esibito, altrimenti sembra che non ci sia modo di mostrare il proprio merito. Ormai sei ciò che hai, e quello che hai deve fare abbastanza rumore da renderti rilevante. La rincorsa consiste nel farsi vedere, mostrarsi, gridare più forte ed essere appariscenti. È uno dei mali del nostro tempo, perché ci allontana dalle cose che dovrebbero essere davvero in primo piano, da noi stessi e dai nostri reali interessi. Spostiamo continuamente l’attenzione da ciò che ci fa stare bene al superfluo che serve ad apparire».

Mi è venuto da pensare a un brano del tuo ultimo album, "Sto da Dio", e in particolare al ritornello: «Lascerò chi c'è al posto mio / Che io sto da Dio / E questa giostra non fa per me». Che non è una professione di menefreghismo, ma il non voler far parte di un meccanismo che sempre più spesso nasce sui social e muore sui media.
«Le proteste di cui parlavamo, da una parte, impongono di condannare qualsiasi forma di violenza. Ma, mentre la si condanna, sarebbe opportuno domandarsi se dietro ci sia qualcosa che non funziona oppure se si voglia liquidare tutto come violenza e basta. Bisogna capire le motivazioni che stanno portando questi giovani a impazzire. Se i giovani impazziscono, gli adulti devono chiedersi che cosa stiano facendo. A quel punto ci si rende conto che anche gli adulti stanno combinando cose spaventose. C’è una guerra dietro l’altra, con morti da tutte le parti, e la gente fa finta di leggere il giornale. Tutti dovremmo fare un esame di coscienza: condannare senza esitazioni la violenza, ma anche capire che cosa la stia scatenando».

Cosa sta venendo alla luce, secondo te?
«È una gioventù che si è persa in questa realtà, che non vede speranza nel futuro e si rifugia in atti violenti e rabbiosi perché non sa in quale altro modo farsi ascoltare. Viviamo in una società nella quale si bombardano scuole elementari e il giorno dopo si parla dei capelli di un determinato personaggio famoso. Il mondo sta esplodendo, ci sono capi di Stato completamente impazziti, violenze inimmaginabili ai danni dei bambini e di tutti. Eppure questo carrozzone incendiato va avanti mentre la gente pensa alle sciocchezze. Questo è il problema. A un certo punto uno dice: "Sto da Dio perché voglio rimanere vicino a me stesso". Voglio restare vicino alle poche persone che mi interessa davvero frequentare, per conservare uno scambio umano che non sia basato sul farsi belli o importanti. È un’epoca devastante, uno dei momenti peggiori della storia recente per tantissimi motivi. Ogni tanto bisogna fermarsi e capire quale possa essere l’antidoto. Sicuramente dobbiamo riappropriarci del nostro tempo e dare più valore a tutte quelle cose importantissime che rischiano di perdersi, perché non urlano».

Cosa porti con te del lungo tour che vi ha visti impegnati dalla primavera e che si è concluso un paio di settimane fa?
«È stato un tour massacrante. Però suonare dal vivo è rimasto l’ultimo baluardo del piacere di vivere la musica. Il mondo musicale è diventato pochissimo meritocratico. I ragazzi vengono messi nelle condizioni di perdere la testa, perché il successo viene regalato e, così come viene dato, può essere tolto in un attimo. Che cosa può fare un ragazzo di vent’anni dopo essere stato messo in cima al mondo per un anno, se poi gli tolgono tutto e gli danno uno spintone alle spalle? È un ragazzo distrutto, al quale è stata raccontata una grande bugia: che per arrivare lassù bastassero un po’ di social e un bel viso. Con la musica non si scherza, perché c’è in ballo la vita».

Il problema, evidentemente, sta in come l'industria musicale gestisce i giovani artisti.
«In passato arrivare al successo significava avere lavorato duramente: tanti viaggi, molte ore di prove, tanti rifiuti, demo ed esperimenti. Riuscivi a fare qualcosa e quel risultato era nutrito da tutto il lavoro precedente. Poi salivi di livello, suonavi davanti a più persone e, quando arrivava un’occasione importante, te l’eri costruita nel tempo. Adesso si parte dallo stadio. Lo stadio è diventato l’inizio: si comincia da San Siro o dal Forum. È evidente che non possa funzionare, ma in questo mercato prevale un altro meccanismo: ti prendo, ti spremo e quell’anno fai il Forum. Se l’anno successivo non esisti più, non importa, perché ce n’è già un altro. Si applica lo stesso modello di business: anziché creare un artista, se ne sfruttano cinquanta».

Quando uno è spremuto, sotto un altro. Con tutto quello che comporta sparire dai radar così velocemente...
«Un ragazzo esposto a determinate situazioni e poi abbandonato, al quale nessuno risponde più al telefono, difficilmente riesce a tornare alla normalità conservando il proprio equilibrio. Qualunque cosa provi a fare, può pensare: sono stato su quel tipo di palco, avevo persone che mi aspettavano davanti all’albergo e sentivo la mia canzone trenta volte in un pomeriggio alla radio. "Adesso che cosa dovrei fare, andare a lavorare nel negozio di mio padre? Non ci penso neanche". Il messaggio che passa è che studiare e imparare non servano. Invece servono, perché questo è un mestiere e devi saperlo fare se vuoi praticarlo per trenta o quarant’anni. Questa formula consente soltanto di restare a galla per un po’, finché non emerge chi sei veramente. Quando abbiamo cominciato, i nostri modelli erano Lucio Dalla, Lucio Battisti e Pino Daniele. Con riferimenti del genere non potevi fare altro che studiare e lavorare. Adesso il modello è quello che si mostra su una Lamborghini, con un Patek Philippe al polso, e arriva primo in classifica».

Tu, di gavetta, ne hai fatta tanta, prima ancora dei Tiromancino che nascono nel 1989. Ci stiamo avvicinando al 35esimo anno dalla pubblicazione di "Tiromancino" e ne sono passati oltre 25 da "La descrizione di un attimo". Che consiglio vuoi dare a un giovane che si vuole affacciare nel mondo della musica?
«Il consiglio è di diventare un musicista, saper suonare qualche strumento e imparare davvero il mestiere. La domanda che un ragazzo deve porsi è: vuoi farlo come mestiere oppure cerchi un espediente che ti dia soddisfazione nel breve periodo? Se vuoi farne un mestiere, devi prepararti come accade in qualsiasi professione. Non posso fare il dentista senza avere studiato, allenare senza conoscere lo sport o operare qualcuno senza una preparazione. Il criterio deve essere questo: tutto ciò che ti raccontano essere inutile, invece, serve. Studiate, coltivate davvero una passione e consideratela un mestiere, non una svolta».

C'è poi il tuo ultimo film, "The Nameless Ballad", dal 5 novembre nelle sale e in anteprima a Lucca per Halloween.
«C’è molto dei discorsi che abbiamo fatto. Racconta un musicista di successo, in questo caso anche talentuoso, che si accorge di essere finito in una condizione di grande malessere e di avere perso tutti i propri punti di riferimento. Questo è il tema di partenza: una persona insegue il successo, ma, una volta raggiunto, diventa consapevole che non durerà per sempre. È qualcosa di estremamente mutevole, che può svanire da un momento all’altro. Devi fare i conti ogni giorno con questa idea e con l’enorme pressione che ti circonda: non soltanto devi mantenere il successo, ma sei chiamato a superarlo, perché le aspettative puntano sempre più in alto. Sono verticali ed esponenziali. Da qui nasce il presupposto del film: che cosa accade in una mente già destabilizzata, come quella di questo ragazzo, quando vi si introduce la paura? Da questa domanda si sviluppa "The Nameless Ballad"».

È prevista un’uscita anche nei cinema svizzeri?
«Non saprei dirlo. Credo che per il momento l’uscita sia soltanto italiana. A Como, Varese o magari Milano lo troverete sicuramente».

Da spettatore, cosa cerchi in un horror?
«La paura. Quando vado a vedere un horror voglio che mi smuova, che mi trasmetta inquietudine. Non accade così spesso, ma quando succede è un piacere, perché ho sempre amato la paura - vissuta come intrattenimento cinematografico, non certo quella della realtà. È un’emozione forte che cerco di trasmettere anche a chi guarda i miei film. "The Nameless Ballad" non contiene scene di violenza, ma è un horror da brivido, capace di trasmettere angoscia e inquietudine».

Ricordi la paura più grande provata in una sala cinematografica?
«Banalmente, "L’esorcista". È un film che ancora oggi fa davvero molta paura. È una delle opere con il più alto tasso di terrore e uno dei capisaldi del genere. La situazione diventava sempre più orribile ogni volta che aprivano quella porta. Ricordo che me la facevo davvero sotto. Anche gli effetti pratici erano realizzati in modo meraviglioso: sono un po’ come i suoni analogici, non invecchiano mai».

A memoria, dovrebbe essere la seconda volta che suonate in Canton Ticino, dopo Lugano nel maggio 2012. Hai ricordi di quel concerto e ti è capitato di frequentare il Ticino, o la Svizzera, anche al di fuori degli ambiti professionali?
«Sai che penso anch'io che sia l'unica volta che abbiamo suonato in Ticino? Ricordo che eseguimmo anche "Lugano Addio", del grande Ivan (Graziani, ndr). Lo scorso agosto sono stato al mitico Locarno Film Festival: in Piazza Grande ho visto "Armony", il film di un mio amico, Dario Albertini. È stata un’esperienza incredibile, per la quantità di persone, lo schermo gigantesco e il numero di spettatori riuniti davanti a una proiezione cinematografica. Ed era anche un bel film».

Che show proporrai a Winterland?
«
Sarà un concerto in trio. Questi concerti hanno un’atmosfera particolare: dalle canzoni emerge la parte più intima e comunicativa. Non essendoci la batteria, si crea una dimensione più raccolta con il pubblico. Di solito racconto anche ciò che circonda le canzoni, che cosa le ha ispirate e come sono nate. Il concerto viene quindi accompagnato da un racconto e assume un’atmosfera più delicata. L’anima dei brani resta in primo piano, perché questa forma è più vicina a quella in cui sono nati. Le canzoni tornano alla loro veste originaria, spogliate di ciò che le arricchisce nei concerti più grandi: tornano alla sostanza, all’osso. Ne nasce un’atmosfera emozionante e un forte dialogo con il pubblico. Con me ci saranno il chitarrista Antonio Marcucci e il pianista Fabio Verdini. Quella del trio è una dimensione più teatrale e molto legata all’emotività».

Possiamo definire questa dimensione come "confidenziale", termine che si sposa tra l'altro con il clima di diversi brani di "Quando meno me lo aspetto"?
«Assolutamente. "Quando meno me lo aspetto" contiene episodi acustici molto belli, che amo particolarmente. Non ho mai abbandonato la dimensione dei concerti acustici, perché permette di cercare la finezza e la ricercatezza più che l’impatto. È un concerto confidenziale, nel quale possono nascere momenti improvvisati. C’è molto spazio per lasciare le cose più sospese e aperte rispetto all’arrangiamento con la formazione completa, che è più strutturato. A volte i brani prendono direzioni dettate dal momento e si creano passaggi che non erano previsti in scaletta. È questo a dare a ogni concerto una sua particolarità. Chi assiste a uno spettacolo acustico vede un concerto ben preciso: non uno spettacolo al quale manca qualcosa, ma un concerto che vive di una grande atmosfera».

Come te la cavi con il pattinaggio? Sul lungolago di Ascona c'è una pista lunga 700 metri...
«Zero, non so pattinare e nemmeno sciare. Quindi non mi vedrete in pista, mi dispiace».

Entra nel canale WhatsApp di Ticinonline.
Iscriviti alla newsletter giornaliera di Tio per ricevere le notizie più importanti direttamente nella tua casella di posta.
Naviga su tio.ch senza pubblicità Prova TioABO per 7 giorni.

Sappiamo quanto sia importante condividere le vostre opinioni. Tuttavia, per questo articolo abbiamo scelto di mantenere chiusa la sezione commenti.

Su alcuni temi riceviamo purtroppo con frequenza messaggi contenenti insulti e incitamento all'odio e, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a garantire un dialogo costruttivo. Per le stesse ragioni, disattiviamo i commenti anche negli articoli dedicati a decessi, crimini, processi e incidenti.

Il confronto con i nostri lettori rimane per noi fondamentale: è una parte centrale della nostra piattaforma. Per questo ci impegniamo a mantenere aperta la discussione ogni volta che è possibile.

Dipende anche da voi: con interventi rispettosi, costruttivi e cortesi, potete contribuire a mantenere un dialogo aperto, civile e utile per tutti. Non vediamo l'ora di ritrovarvi nella prossima sezione commenti!
NOTIZIE PIÙ LETTE