In bilico tra la vita e la morte

Dieci tracce per il nuovo album degli Haara, "A Dance Of Life And Death"
Dieci tracce per il nuovo album degli Haara, "A Dance Of Life And Death"
LUGANO - C'è un fuoco, una tribù che danza e, appena fuori dal cerchio di luce, la morte che impugna uno strumento ad arco. L'immagine di copertina di "A Dance of Life and Death", secondo album degli Haara, dice già quasi tutto del disco: un paesaggio crepuscolare, un cielo attraversato da un'eclissi solare anulare e da una cometa - segni che nell'iconografia medievale annunciavano grandi cambiamenti o sciagure - e perfino una bordatura che richiama le maioliche dell'epoca. Una realtà fiabesca, ma anche oscura e ambigua, come la descrive il gruppo - che fa parte del roster dell'etichetta ticinese Rattler Records.
Una danza macabra ribaltata
Il titolo pesca dalla Danza Macabra, il tema iconografico diffuso nel tardo Medioevo europeo: miniature e affreschi in cui uomini e scheletri ballano insieme, rito per predisporsi alla morte e omaggiarne il trionfo. La band ticinese ci innesta sopra, in modo dichiaratamente trasgressivo, la parola «vita». È lì, spiega la band, la chiave d'accesso all'intero album.
Quella corda esterna al manico che si intravede sullo strumento della morte, in copertina, non è un dettaglio decorativo: è il rimando alle sonorità del disco. La radice portante di ogni brano è infatti il bordone, una nota continua suonata in modo ripetuto che crea una base stabile su cui si sviluppano le melodie. Tecnica compositiva millenaria, nata nell'Asia sudoccidentale e poi diffusa nelle tradizioni di India, Medio Oriente ed Europa fino a diventare un «universale musicale», qui funziona come motivo ricorrente e, nelle intenzioni del gruppo, come presenza sottesa della morte lungo tutta l'opera. Il culmine arriva con «Sublime», guidato da un'unica nota di contrabbasso.
Psichedelia moderna e strumenti antichi
Attorno a quella colonna vertebrale si muove il consueto gioco di contaminazioni firmato Haara, sempre nel segno della "psichedelia moderna" e della sperimentazione del suono. Tra le ispirazioni il comunicato cita i canti bulgari, la musica gnawa subsahariana e il folk europeo. La commistione tra antico e moderno si allarga a strumenti come la ciaramella di Amatrice, il charango boliviano e il didgeridoo australiano, mentre rispetto ai lavori precedenti crescono i flauti, dolce e traverso.
L'eccezione che conferma la regola è "La Sirena", appassionante suite per chitarra classica ed elementi orchestrali, storia epica in cui gli elementi naturali dialogano tra loro. I testi sono scritti e cantati soprattutto in inglese, con due deroghe: «Sublime», in latino volgarizzato attraverso l'uso di locuzioni latine, e la stessa «La Sirena», in italiano. Le liriche nascono come canti dal sapore tradizionale, con elementi corali che richiamano il folklore tribale. Al collettivo si affiancano due ospiti indicati come fondamentali: Matteo Bonfatti, chitarrista solista in "Dunes", e Luca Ezio Marsiglia, al flauto traverso ne "La Sirena".
Dieci capitoli di un unico viaggio
I brani sono pensati come i capitoli di una storia e insieme come novelle autonome, confermando quanto di buono si era già ascoltato con "Baccano", il recente singolo. "A Dance of Life and Death" è un concept album sul viaggio alla ricerca della speranza, messo in parallelo con il tema allegorico del viaggio della vita: percorsi e rotte verso un «posto migliore» dove vivere e sperare in un futuro pacifico e sereno. Tra le storie spicca "Deport", suite in tre atti sulla vicenda di un gruppo di persone fatte prigioniere e deportate verso un presunto «posto migliore».
Il tema portante è l'equilibrio tra la speranza di godere della vita e la consapevolezza della sua fragilità. I parallelismi con la drammatica situazione internazionale attuale restano impliciti nei testi, ma sono espliciti nelle intenzioni comunicative degli autori: quel «posto migliore» può essere una meta anelata o una mitica terra promessa. E non meno importante, aggiunge il gruppo, è l'analogia con il modo di dire «andare in un posto migliore» per indicare il trapasso. Malgrado la serietà dei temi, l'album vuole essere un canto di speranza, libertà e cambiamento.
A chiudere, e a dare il nome al disco, è "The Dance of Life and Death": lunga marcia ipnotica dalle tinte shoegaze, trasportata dalla ciaramella, strumento tipico del borgo laziale. Un brano dal forte sapore sperimentale che accompagna l'ascoltatore fuori dal percorso senza chiuderlo davvero: come dice il testo, non finisce mai, come una danza.
Gli Haara si godono l'uscita del disco, ma non si fermano: la band prevede una serie di concerti e la registrazione di un live in presa diretta, in uscita nel corso del prossimo anno.




