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La penna rossa potrà anche finire al museo, «ma il pensiero critico no»

L'intelligenza artificiale ci aiuta a scrivere dei testi perfetti, ma a costo di non saper più imparare dagli errori che commettiamo. L'esortazione di Sophie Hundertmark, docente ed esperta del settore
La penna rossa potrà anche finire al museo, «ma il pensiero critico no»
SOPHIE HUNDERTMARK
Immagine generata con l'intelligenza artificiale.
La penna rossa potrà anche finire al museo, «ma il pensiero critico no»
L'intelligenza artificiale ci aiuta a scrivere dei testi perfetti, ma a costo di non saper più imparare dagli errori che commettiamo. L'esortazione di Sophie Hundertmark, docente ed esperta del settore

SAVOSA - Il classico inchiostro rosso, la matita rossa di legno, la penna a sfera con cui gli insegnanti trasformavano interi temi in opere d’arte rosse. Accanto, il bianchetto, i correttori a nastro e le gomme. Sono gli oggetti che hanno rappresentato la quotidianità per generazioni di allievi svizzeri e che oggi, con l'avvento prima del computer e ora dell'intelligenza artificiale, rischiano di finire in un museo.

Sophie Hundertmark, Senior Researcher e docente alla Scuola universitaria professionale di Lucerna (HSLU), esperta di intelligenza artificiale conversazionale e generativa e divulgatrice, si è immaginata un'esposizione al Museo nazionale di Zurigo con tutti questi elementi ormai desueti - ma che conservano un significato simbolico che non deve essere soppiantato dalla tecnologia.

La penna rossa delle correzioni in mostra: com'è nata questa idea?
«È un'esposizione immaginaria che ho costruito per riflettere su un tema molto concreto. Al centro non ci sono spade medievali o dipinti storici, ma gli oggetti che hanno incusso timore a generazioni di allieve e allievi. Piccoli strumenti dagli effetti enormi: chi non ricorda i compiti restituiti, chiedendosi se l'insegnante avesse voluto correggere il testo o colorare di rosso l'intero foglio?»

Osservando questi oggetti, però, lei si pone una domanda più scomoda.
«Sì: stiamo guardando soltanto vecchi strumenti di scrittura, oppure i resti di una cultura dell'apprendimento che l'intelligenza artificiale sta già superando? Diciamocelo: quando è stata l'ultima volta che abbiamo scritto un testo lungo senza che qualche strumento digitale ci aiutasse a riflettere, correggesse o suggerisse addirittura intere frasi? E se ChatGPT migliora ortografia, grammatica e stile in pochi secondi, perché i bambini dovrebbero esercitarsi per anni sulle regole della punteggiatura? Non è un po' come insegnare loro a lavare i panni a mano quando in cantina c'è già la lavatrice?»

Arriveremo davvero a porci questa domanda?
«È proprio la domanda che mi pongo. Che cosa succede se un giorno produrremo testi perfetti, ma non saremo più in grado di capire se ciò che vi è scritto abbia davvero senso? Forse il vero oggetto da esporre non è la penna rossa. Forse è la nostra idea di che cosa significhi imparare».

Ha riscontrato segnali concreti di questo cambiamento tra studenti e insegnanti?
«Di recente un gruppo di ragazzi mi ha spiegato, con la massima naturalezza, che in fondo non avevano più bisogno di imparare l'ortografia: tanto c'è l'IA, e lei sa fare tutto molto meglio. Un'insegnante mi ha detto una frase altrettanto sorprendente: «Non assegno più compiti a casa. Tanto ormai li fanno tutti con l'IA». Ed eccoci qui: gli studenti non vogliono più imparare certe cose perché può farle l'IA, e gli insegnanti eliminano alcuni compiti perché può farli l'IA»

Questa logica, portata alle estreme conseguenze, dove conduce?
«Se continuiamo così, forse presto basterà mandare a scuola soltanto l'IA: potrà sostenere gli esami, assegnarsi i voti da sola e infine rilasciarsi un diploma eccellente. Naturalmente sto esagerando, ma dietro la battuta si nasconde una domanda seria: che cosa devono ancora saper fare le persone, se le macchine si occupano di un numero sempre maggiore di attività?»

Lei sostiene che non tutti gli errori siano un problema. Che cosa intende?
«Forse per troppo tempo ci siamo concentrati sull'evitare gli errori, invece che sull'imparare da essi. Oggi l'IA può correggere testi, risolvere problemi di matematica, riassumere informazioni e sviluppare argomentazioni: è un'enorme opportunità per l'istruzione. Studentesse e studenti possono ricevere spiegazioni personalizzate, conoscere prospettive diverse e sperimentare cose per cui nella didattica tradizionale spesso manca il tempo. Ma c'è una differenza fondamentale tra un compito portato a termine e qualcosa che è stato davvero imparato».

Può spiegare meglio cosa intende?
«Chi si fa scrivere un testo dall'IA non ha necessariamente imparato a formulare un pensiero. Chi si fa risolvere un calcolo non ha automaticamente compreso il principio matematico. E chi riceve da ChatGPT un'argomentazione convincente non è per questo in grado di argomentare in modo convincente. Forse, allora, dovremmo chiederci meno se l'IA debba essere permessa a scuola e molto di più quando sostiene l'apprendimento e quando, invece, ci sottrae il processo stesso dell'imparare».

Come si traduce tutto questo nella didattica quotidiana?
«Può significare usare consapevolmente l'IA come interlocutrice critica: verificare le sue risposte, individuare errori, confrontare diverse soluzioni. Ma può anche significare prevedere deliberatamente momenti senza IA. Non per ostilità verso la tecnologia, bensì perché a volte il pensiero autonomo comincia proprio dove nessuno ci suggerisce la risposta».

Torniamo a questa ipotetica mostra degli oggetti destinati a sparire: che cosa finirà davvero in museo, secondo lei?
«Forse proprio la penna rossa, almeno nel suo ruolo tradizionale di simbolo di un'istruzione in cui l'obiettivo principale era commettere il minor numero possibile di errori. Ma ci sono cose che non devono assolutamente finire in museo: la curiosità, la capacità di giudizio, la creatività e il pensiero critico. Più l'IA diventa brava a produrre risposte, più diventa importante la nostra capacità di porre le domande giuste. E più l'IA si esprime in modo convincente, più diventa importante saper mettere in discussione le sue affermazioni».

Quindi di che cosa abbiamo davvero bisogno, in questo scenario?
«Non abbiamo necessariamente bisogno di persone che scrivano meglio dell'IA. Abbiamo bisogno di persone che capiscano che cosa scrivono, perché lo scrivono e se ciò che scrivono sia davvero corretto. Forse, quindi, non dovremmo limitarci a modernizzare i nostri strumenti, ma aggiornare finalmente anche la nostra idea di buona didattica».

In conclusione, esorta tutti a non lasciare che sia una macchina a pensare al posto nostro.
«In un mondo in cui l'IA può creare contenuti sempre più convincenti, il pensiero critico non è più una simpatica materia facoltativa, è una competenza fondamentale».

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