«L'emozione più grande da cacciatore? Mia figlia che prende una preda»

Il presidente dei cacciatori ticinesi racconta come la caccia si sia evoluta da rito di passaggio, tramandato di padre in figlio nelle zone rurali, ad attività educativa e di gestione della fauna, sempre più praticata da giovani provenienti dalle aree urbane e periferiche.
LUGANO - Settembre è un mese di nuovi inizi. L'autunno si risveglia con le sue prime pennellate, le strade si colorano di zainetti nuovi di pacca, nel sottobosco proliferano i funghi e tra questi si fanno strada anche i cacciatori alla ricerca di cervi, caprioli, cinghiali... Prende infatti il via la stagione venatoria che, nell'anno in corso, si svolge dal 5 al 19 e dal 23 al 17 settembre.
Antropologicamente parlando, la caccia è una delle attività più antiche dell'uomo. Mette insieme identità, trasmissione intergenerazionale, rapporto con il territorio, morte, cibo e appartenenza a una comunità. Ma quanto di quel significato, inteso come rito di passaggio, vive ancora oggi? Lo abbiamo chiesto a Davide Corti, presidente della Federazione Cacciatori Ticinesi (FCT).
Si può ancora parlare di "rito di passaggio" quando si parla di caccia?
«Oggi non si tratta più del passaggio dall’infanzia all’età adulta o dell’ingresso in una comunità di cacciatori per la sopravvivenza. Si può parlare piuttosto di una presa di coscienza diversa rispetto a ciò che sono la fauna, la flora, il territorio e la natura. Non è più un rito di passaggio in senso stretto, ma un percorso di consapevolezza e responsabilità».
Questa consapevolezza viene ancora trasmessa in famiglia, di padre in figlio?
«Negli ultimi anni si è assistito a un cambiamento: fino a poco tempo fa la maggior parte dei giovani cacciatori proveniva da ambienti rurali o montani e da famiglie di cacciatori. I ragazzi crescevano già con una certa conoscenza e tradizione venatoria. Oggi invece la maggioranza dei giovani che si avvicina alla caccia proviene da aree urbane o periferiche e spesso non ha alcun legame familiare con la caccia. Questo inevitabilmente comporta la necessità di una formazione da zero, o quasi, anche per quanto riguarda il maneggio delle armi».
Che strano... Come mai sta avvenendo questo cambiamento?
«Ci sono tre concause principali. La prima è l’avvicinamento della selvaggina alle zone urbane, dovuto alla diminuzione degli spazi naturali e all’aumento della presenza umana. Oggi è più facile vedere animali selvatici in periferia che in alta montagna. La seconda riguarda le nuove modalità di comunicazione: la federazione ha puntato molto a mostrare all’opinione pubblica il vero ruolo del cacciatore, che non è solo abbattimento, ma anche gestione scientifica della fauna, prevenzione delle epidemie e tutela dell’ambiente. Questo aspetto gestionale interessa molto ai giovani. La terza motivazione è la valorizzazione della carne di selvaggina come risorsa alimentare a chilometro zero, salutare e sostenibile».
Come viene gestita dunque la formazione dei nuovi cacciatori?
«La formazione oggi è molto più articolata rispetto al passato. I giovani devono seguire corsi che durano anche due anni e mezzo, con tanto di giornate obbligatorie. Si affrontano temi come il riconoscimento delle malattie degli animali, la tracciabilità della carne, il maneggio delle armi e la sicurezza. Oltre alla teoria, c’è molta pratica, anche perché molti nuovi cacciatori non hanno mai avuto esperienze dirette in famiglia. Inoltre, ogni due anni, tutti i cacciatori devono sostenere un esame di tiro e manipolazione dell’arma».
Ci sono rischi se la carne di selvaggina non viene trattata correttamente?
«Rischi concreti per la salute, di regola, non ce ne sono, ma per poter vendere o anche solo regalare la carne è necessario compilare un formulario che attesti i controlli effettuati: dal comportamento dell’animale prima del tiro fino all’eviscerazione e al controllo degli organi. Questi controlli garantiscono la tracciabilità e la sicurezza alimentare, oltre a permettere di risalire a eventuali problemi sanitari. Sono fondamentali anche per la prevenzione delle malattie della fauna selvatica».
Domanda da ignorante, mi perdonerà... Come si trasporta un animale di grandi dimensioni come un cervo?
«Per il cervo, previa notifica al guardiacaccia di zona, è permesso l’uso dell’elicottero per il trasporto della carcassa a valle. Questo serve a ridurre il tempo tra l’abbattimento e la conservazione in cella frigorifera. Gli altri animali di taglia inferiore vengono trasportati a spalla».
Chi paga l'elicottero? Immagino abbia un costo non da poco...
«Il costo dell’elicottero è a carico del cacciatore, ma spesso si organizzano trasporti collettivi per dividere le spese. Ci sono poi degli accordi con le ditte di elitrasporto che permettono sicuramente dei costi vantaggiosi».
C'è poi la questione del lupo. Argomento di strettissima attualità.
«La gestione del lupo è una questione molto polarizzante. C’è chi ne vorrebbe l’eliminazione totale e chi invece lo vede come simbolo di una natura incontaminata, ma questa visione è utopica. La soluzione migliore sarebbe considerare il lupo come una specie da gestire, così come avviene con le altre, Ma serve una strategia politica chiara e condivisa. La legislazione federale oggi permette una gestione più mirata e preventiva».
Quali sono gli errori più frequenti commessi dai cacciatori e le violazioni che vi preoccupano maggiormente?
«Oggi le infrazioni gravi sono quasi scomparse, così come il bracconaggio. Le violazioni più comuni sono di tipo amministrativo e sono in diminuzione. La principale preoccupazione riguarda l’uso non conforme alla legge di nuove tecnologie, come i visori notturni o altre apparecchiature che facilitano la caccia. È importante trovare un equilibrio tra tecnica ed etica venatoria per non snaturare il senso stesso della caccia. Con una sproporzione eccessiva a discapito delle possibilità difensive dell'animale la caccia non è più tale».
Qual è il ricordo più forte che associa alla caccia?
«In queste mie quaranta patenti di ricordi ne ho molti, ma credo che il più forte sia legato alla prima patente di caccia di mia figlia. Oggi andiamo ancora a caccia insieme. Proprio l'altro giorno ha preso un bel cervo. Ecco, provo più soddisfazione per una preda presa da lei che per una mia. Questo rappresenta la cosa più bella nella mia carriera di cacciatore».



