«Disegno i mostri dentro di noi»

Angelo Stano, storico interprete grafico di Dylan Dog e ospite alla Fiera del Fumetto, racconta gli inizi, il rapporto con Tiziano Sclavi e quella volta in cui venne divorato da un personaggio...
Angelo Stano, storico interprete grafico di Dylan Dog e ospite alla Fiera del Fumetto, racconta gli inizi, il rapporto con Tiziano Sclavi e quella volta in cui venne divorato da un personaggio...
LUGANO - Il suo tratto ha contribuito a dare un volto a uno dei personaggi di finzione più amati e di maggior successo degli ultimi decenni. Angelo Stano, 73 anni, è infatti uno dei più personali interpreti grafici di Dylan Dog, il fortunato fumetto della Bonelli che negli anni Novanta arrivò a vendere in Italia fino a un milione di copie al mese.
Dopo aver disegnato il primo numero della serie – e diversi altri albi – dal numero 42 divenne il copertinista ufficiale dell’Indagatore dell’Incubo, ruolo che mantenne fino al numero 361. Sabato e domenica sarà ospite della decima edizione della Fiera del fumetto di Lugano 2026, in programma al 1908 Suglio Business Center di Manno.
Stano si è raccontato a Tio.ch, ripercorrendo i suoi inizi e parlando del rapporto con Dylan Dog e il suo creatore, Tiziano Sclavi, ma anche di quei «mostri» che, in forme diverse, abitano dentro ciascuno di noi.
Qual è stato il suo primo approccio col mondo del disegno?
«Risale all’infanzia. A sette anni leggevo il Corriere dei Piccoli, dove c'erano tantissimi autori italiani e stranieri che mi affascinavano con le loro storie. Sono partito con un disegno di taglio umoristico, che raffigurava uno scoiattolo, sulla scia di un fumetto franco-belga, Mignolino e Clorofilla. Ma non ero contento delle storie che leggevo: ne volevo di più».
Sono state quelle le prime figure che ha rappresentato?
«Ho cominciato a riempire i miei quaderni di scuola, rigorosamente a righe, con immagini che riprendevano i personaggi della serie, ma inventando nuove storie».
E poi?
«A 14 anni ho scoperto il disegno d'avventura, leggendo la riduzione a fumetti de L'Isola del Tesoro di Hugo Pratt. Rimasi abbagliato dalla bellezza di quelle illustrazioni e decisi che avrei dovuto disegnare come lui. Così me la sono ricopiata tutta. C'erano anche Dino Battaglia, Sergio Toppi, Aldo De Gennaro, Graziani Dacio: ero affascinato da tutti loro e un pizzico di ciascuno mi è rimasto dentro».
Quanto sono stati importanti gli influssi pittorici?
«Egon Schiele è quello che mi ha dato di più dal punto di vista degli influssi. Aveva uno stile molto vicino a quello del fumetto: molto sintetico, ma nel suo caso anche molto espressivo».
Com’è approdato all’universo Bonelli e a Dylan Dog?
«Avevo presentato delle tavole a un amico comune che lavorava all'interno della Bonelli. Tiziano Sclavi, guardandole, forse pensò che il mio tratto fosse abbastanza adatto a quello che aveva in mente per il debutto di questo nuovo personaggio».
Così venne alla luce il primo numero: l’Alba dei morti viventi…
«Fino a quel momento avevo quasi dieci anni di pubblicazioni nel fumetto popolare. Ma Dylan Dog, come nuovo personaggio, richiedeva uno stile molto più partecipato, con un taglio esistenziale. La matrice era horror, ma aveva molte altre connotazioni».
È l’inizio di una lunga storia. Ha disegnato parecchi albi e, dal numero 42, è diventato inoltre il copertinista ufficiale della serie, ruolo che ha mantenuto fino al numero 361. Una vita di mostri?
«Tutto l'armamentario horror richiede zombie, fantasmi, licantropi, vampiri. Io li ho affrontati un po' tutti, ma il mio taglio di disegno è più introspettivo di quello di altri. Quello che mi interessava e mi affascinava di più era proprio il mostro che è un pochino dentro di noi».
Quello con cui tutti facciamo i conti?
«Quello che Edgar Allan Poe chiama l'abisso che è dentro di noi. È qualcosa a cui non possiamo guardare troppo a lungo senza esserne anche un po' affascinati. Io non ho un animo così cupo come Tiziano Sclavi, ma i miei problemi li ho avuti anch'io nel rapporto con la realtà e quindi mettevo dentro qualcosa di me anche in Dylan Dog».
Crede che questo aspetto sia uno dei segreti del successo del fumetto?
«Era eclettico e aveva una sceneggiatura molto moderna, quasi cinematografica, con un taglio brillante anche sul piano dei riferimenti. La cultura di Tiziano Sclavi attingeva non solo alla narrativa e al cinema di genere, ma alla letteratura e al cinema in generale. È un mondo in cui ciascuno di noi può identificarsi, perché ognuno si trova ad affrontare qualche problema nel rapporto con l'esistenza».
Oltre ad averlo rappresentato, è diventato a sua volta un personaggio in alcune storie. In Morgana si trasforma in Crandall Reed. Che effetto le ha fatto?
«È stato un tiro mancino. A quel tempo, proprio perché lavorava contemporaneamente alle sceneggiature da affidare a vari disegnatori, Tiziano le consegnava a blocchi di 15 pagine alla volta.
Nel primo blocco compariva questo personaggio, un fumettista che era l'illustratore dell'albo che il lettore stava leggendo. Tiziano mi ha detto: «Guarda, qui c'è un disegnatore, si chiama Crandall Reed. Potresti fare l'alter ego di te stesso».
E quindi ha detto «perché no»?
«Senonché, con il prosieguo della storia, me ne succedevano di tutti i colori: venivo baciato in bocca da una vecchia di 80 anni, sparato in bocca e poi divorato da Morgana. Il divertimento c'era comunque, perché tanto si trattava di carta e inchiostro. E, se non altro, verso la fine, nelle ultime pagine, pare che il disegnatore sia ancora integro, perché è ancora al tavolo da lavoro».
Alcuni vecchi fan storcono un po' il naso davanti alla svolta del nuovo Dylan Dog. Che idea si è fatto?
«Sono già passati quarant'anni dall'uscita del personaggio ed è evidente che non poteva continuare ad avere riferimenti legati a quegli anni. Essendo cambiata la realtà, bisognava introdurre anche i cambiamenti avvenuti nel mondo e nel microcosmo di Dylan Dog. Non si può non tenere conto del fatto che la tecnologia è andata avanti».
Dall’Indagatore dell’Incubo a Zerocalcare. Com’è cambiato il fumetto in questi decenni?
«Non vive più l'espansione degli anni Ottanta e Novanta. Internet e la progressiva scomparsa delle edicole hanno cambiato il settore, spingendolo verso librerie e digitale».
Si aprono, però, anche nuove opportunità?
«Zerocalcare ha approfittato proprio della possibilità di saltare un passaggio che per i disegnatori della generazione precedente era quasi obbligatorio: quello degli editori. Ha cominciato pubblicando sui suoi blog le sue strisce e, grazie alla novità e all'interesse suscitato tra i suoi lettori, gli editori si sono avvicinati a lui. Nel suo caso i libri hanno avuto una grande fortuna. Ma i nuovi canali, da soli, non bastano: servono grandi idee e qualità».
Quali sono i suoi progetti futuri?
«È uscito proprio di recente un albo scritto e disegnato in collaborazione con Renato Queirolo. È destinato alle librerie ed è ambientato in tutt'altro contesto: attinge agli scenari di Blade Runner, pur non avendo i replicanti. L'albo è appena uscito e si intitola Anche i sogni uccidono. Lo presenteremo ufficialmente a Lucca».
E con la Bonelli?
«Sto riprendendo i contatti per realizzare magari una storia breve. Ma non ho ancora la sceneggiatura, quindi non saprei dire molto di più».




