Dopo il No all'iniziativa sulla neutralità, ora lo scontro è sulle armi

Il dibattito politico si sposta sulla revisione della legge sulle esportazioni di materiale bellico.
Il dibattito politico si sposta sulla revisione della legge sulle esportazioni di materiale bellico.
BERNA - Archiviata con soddisfazione da più parti la votazione sull'Iniziativa sulla neutralità, è già tempo di pensare alla prossima battaglia politica sul tema. Commentando l'esito odierno delle urne, in molti ne hanno approfittato per spostare l'attenzione sull'appuntamento del prossimo 29 novembre, quando il popolo dovrà esprimersi sulla modifica della legge sul materiale bellico.
Il fatto che una chiara maggioranza dell'elettorato abbia bocciato l'Iniziativa sulla neutralità dimostra lungimiranza, ha affermato il PLR, secondo cui una difesa credibile richiede collaborazioni internazionali e un'industria bellica nazionale funzionante. Per questo, fra due mesi, bisognerà votare sì.
Un'industria degli armamenti e dei beni a duplice uso efficiente è essenziale per mantenere in Svizzera competenze critiche, rafforzare la nostra capacità di difesa e ridurre le dipendenze in un contesto geopolitico incerto, gli fa eco Economiesuisse.
Meno severa
La revisione legislativa consente a uno Stato partner di ricevere materiale bellico elvetico anche se coinvolto in un conflitto armato. Norme meno restrittive si applicherebbero anche alla riesportazione di armi.
Non tutti la pensano così. "Chi non vuole la guerra deve impedire le esportazioni a parti in conflitto", ha dichiarato la consigliera nazionale Sibel Arslan (Verdi/BS). Il suo partito, soddisfatto che oggi si siano respinte le mire isolazionistiche dell'UDC, ha ribadito che si impegnerà attivamente nella campagna per il no.
"L'UDC, partner di Swissmem, sarà in difficoltà quest'autunno nell'affermare che la promozione delle esportazioni di materiale bellico è più importante della pace, dopo aver dichiarato quest'estate che non c'è niente di più importante dell'assenza di guerra", ha scritto dal canto suo il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE).
Rapporti internazionali
Al di là di quelle che saranno le divergenze future, partiti e associazioni, facendo fronte comune contro l'UDC, hanno applaudito il risultato scaturito dalle urne oggi. "Il voto contrario invia un segnale ai Paesi vicini, indicando che la Svizzera fa parte dell'architettura occidentale dello Stato di diritto e della sicurezza", ha detto la consigliera agli Stati Marianne Binder-Keller (Centro/AG). Per la "senatrice", gli svizzeri hanno voluto confermare la prassi esistente e l'impegno alla cooperazione internazionale.
Si tratta di un chiaro segnale a favore di una politica sanzionatoria che punisca chi viola i diritti umani, ha invece sottolineato il consigliere nazionale Fabian Molina (PS/ZH). Proprio in materia di sanzioni, Berna deve fare ancora di più, ha sentenziato lo zurighese, ad esempio punendo i coloni israeliani violenti.
Il no all'iniziativa garantisce alla Svizzera un margine di manovra in politica estera e di sicurezza e la stabilizzazione delle relazioni con i nostri principali partner commerciali, mette in risalto Travail.Suisse. Le possibilità estremamente limitate di imporre sanzioni previste dal testo avrebbero messo a dura prova i rapporti con l'Unione europea, tira un sospiro di sollievo il sindacato.
Promotori non mollano
Dall'altra parte della barricata si accusa il colpo di un insuccesso pesante, ma non si intende mollare. "Continueremo a lottare", ha assicurato Stephanie Gartenmann, granconsigliera bernese dell'UDC e membro del comitato promotore, lanciando un monito al ministro degli esteri Ignazio Cassis, il quale ha garantito che Berna rimarrà neutrale in futuro: "Seguiremo tutto con molta attenzione". Perlomeno abbiamo avviato un dibattito sull'argomento e gli svizzeri hanno potuto prendere una decisione, si è consolato il consigliere nazionale Yvan Pahud (UDC/VD).
L'incomprensione sulla cooperazione militare con altri Paesi potrebbe essere la ragione del secco no, ha ipotizzato Stephan Rietiker, presidente di Pro Svizzera. La preparazione congiunta per un potenziale attacco sarebbe rimasta possibile, ha illustrato, ammettendo però che forse ciò non era sufficientemente chiaro.
Si è rammaricato della bocciatura anche l'ex ambasciatore e fondatore del Centro di Ginevra per la neutralità Jean-Daniel Ruch, convinto che, a oggi, la credibilità della Svizzera sia danneggiata, in particolare a causa dei doppi standard nell'applicazione delle sanzioni. "Gli europei ci fanno pressione e noi imponiamo sanzioni alla Russia. Gli israeliani ci fanno pressione e noi non imponiamo sanzioni a Israele", si è lamentato, preoccupato pure dalla "deriva atlantista" in seno alle istituzioni federali.




