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SVIZZERA

Lavorare e restare comunque in assistenza: sono sempre di più i "working poor" svizzeri

Il fenomeno dei lavoratori poveri cresce nella Confederazione, alimentato da contratti precari e salari insufficienti.
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Fonte Berner Zeitung
Lavorare e restare comunque in assistenza: sono sempre di più i "working poor" svizzeri
Il fenomeno dei lavoratori poveri cresce nella Confederazione, alimentato da contratti precari e salari insufficienti.

BERNA - Tra chi è costretto a beneficiare delle prestazioni dell’assistenza sociale in Svizzera cresce la quota di lavoratori: i cosiddetti working poor. In altre parole, sempre più persone hanno un impiego ma non guadagnano abbastanza per vivere, anche a causa di modelli di lavoro precari che trasferiscono i rischi sui dipendenti.

Lo dicono i dati attuali della Conferenza svizzera delle istituzioni di assistenza sociale (Skos), secondo cui un terzo dei beneficiari lavora, ma resta dipendente dagli aiuti. La quota è salita dal 28% nel 2018 al 33% nel 2023. Colpisce soprattutto chi non ha qualifiche professionali, spesso con impieghi mal pagati e instabili.

Secondo un’assistente sociale, sentita dal Berner Zeitung, molti sono nuovi in Svizzera, con scarsa conoscenza della lingua e senza apprendistato. Lavorano da anni nello stesso posto ma senza possibilità di aumentare l’orario o ottenere un contratto stabile: giornate piene alternate a periodi senza lavoro.

Nelle città il fenomeno è evidente: a Berna oltre il 43% dei beneficiari lavora, ma solo il 16% a tempo pieno; quasi la metà ha impieghi sotto il 50%. A Basilea, il lavoro a chiamata comporta redditi molto variabili e quindi dipendenza dall’assistenza.

Le autorità possono solo intervenire in modo limitato: «L’assistenza sociale non può sostituire le condizioni strutturali del mercato del lavoro», osserva la città di Zurigo.

Le aziende difendono la flessibilità
McDonald’s («i nostri modelli di lavoro sono volutamente flessibili, perché rispondono alle esigenze dei nostri collaboratori») impiega per lo più personale a tempo parziale (tre quarti) e a ore, con carichi spesso tra il 30 e il 40%. Il salario base iniziale è di 25,48 franchi l’ora. Anche Migros utilizza ampiamente lavoro a ore: il grado medio di occupazione è del 15%, circa 6 ore settimanali. Nella logistica della Migros, quasi una persona su dieci è retribuita a ore. Nel settore della ristorazione si tratta addirittura di poco meno della metà dei dipendenti.

Secondo Artias (Associazione delle istituzioni sociali della Svizzera romanda), contratti a termine e lavoro interinale sono in forte aumento, con una crescita del 60% in 13 anni. Questo porta a redditi instabili, stress e maggiori rischi psicosociali.

La precarietà incide anche sulle pensioni: carriere frammentate e salari bassi creano lacune contributive. In alcuni casi i dipendenti restano sotto la soglia per la cassa pensioni, con conseguenze nella vecchiaia.

Per David Gallusser dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) «chi lavora con una retribuzione oraria guadagna spesso meno all’ora rispetto ai dipendenti con uno stipendio mensile». Sono interessati soprattutto i lavoratori dei settori tradizionalmente a basso salario, come la ristorazione, il settore delle pulizie, quello della sicurezza e il commercio al dettaglio. Ma lo stesso vale anche per il personale dei servizi di consegna.

Alcuni segnali arrivano dal Canton Ginevra, che ha imposto a Uber l’applicazione del diritto del lavoro svizzero e salari minimi. Ma a livello federale si discute di limitare i salari minimi cantonali nei settori con contratti collettivi e in questo senso potrebbero essere lanciati dei referendum da parte di chi è contrario ai progetti. Per gli operatori sociali serve invece una regolamentazione più incisiva: chi lavora dovrebbe avere un reddito sufficiente per vivere, altrimenti il costo continua a ricadere sui contribuenti.

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