Interrompere una gravidanza in caso di disabilità del bambino? «Genitori sono sottoposti a troppa pressione»

In Svizzera circa il 90% delle coppie decide di farlo: «Egoismo o pressione sociale»?
In Svizzera circa il 90% delle coppie decide di farlo: «Egoismo o pressione sociale»?
ZURIGO - Una diagnosi può cambiare tutto nel giro di pochi minuti. Per molte coppie, scoprire durante la gravidanza che il bambino potrebbe essere affetto da trisomia 21 significa confrontarsi con domande difficili, alle quali non esistono risposte semplici. Proseguire la gravidanza oppure interromperla? Una scelta profondamente personale, che spesso viene giudicata dall'esterno e che continua a sollevare interrogativi etici, morali e sociali.
Negli ultimi anni, con la diffusione del test prenatale non invasivo (NIPT), le diagnosi di trisomia 21 vengono formulate con maggiore frequenza e in una fase sempre più precoce della gravidanza. Parallelamente, in Svizzera il numero di bambini nati con la sindrome di Down è diminuito. Secondo l'associazione professionale dei pediatri svizzeri, circa nove futuri genitori su dieci scelgono di interrompere la gravidanza dopo aver ricevuto la diagnosi.
Una scelta egoistica?
Tra loro c'è anche una 35enne che ha raccontato la propria esperienza a 20 Minuten. Per la donna, l'idea di non portare a termine una gravidanza in presenza di una grave patologia era chiara fin dall'inizio. Una decisione maturata anche alla luce della sua storia personale. Nel novembre del 2023, infatti, durante la gravidanza del primo figlio, i medici avevano diagnosticato al bambino una grave malformazione cardiaca. Il piccolo era poi morto all'età di nove mesi a causa di complicazioni. «È stato uno shock totale. Un'esperienza traumatica», ricorda.
Quando, nell'agosto del 2025, la donna è rimasta nuovamente incinta, ulteriori esami hanno evidenziato una trisomia 21 e il sospetto di un difetto cardiaco. La 35enne ha così deciso di interrompere la gravidanza. «Naturalmente è stato terribile. Ma rispetto alla morte di mio figlio, quel momento è stato quasi innocuo». Pur convinta della propria scelta, ammette che si tratta di una decisione con cui bisogna convivere per sempre. «Molti dicono di aver agito nell'interesse del bambino. Ma bisogna essere onesti: in quel momento si decide anche in modo egoistico. Il bambino non può scegliere quale sarà la sua vita».
Non nascere per un cromosoma in più: «È ingiusto»
Di tutt'altro tenore è invece la testimonianza di Marco e della sua compagna. Alla loro prima gravidanza, quando avevano 24 anni, la coppia aveva ricevuto una diagnosi sospetta di trisomia 21. «Non abbiamo mai pensato neppure per un minuto all'aborto. È la vita che Dio ci ha donato e la diagnosi non la rende meno preziosa», racconta Marco. Dopo la nascita, tuttavia, si scoprì che la diagnosi era errata e che la bambina non era affetta dalla sindrome di Down.
Anni più tardi, la famiglia – nel frattempo cresciuta fino a sette componenti – ha deciso di avviare un percorso di adozione. In un primo momento i coniugi avevano escluso l'idea di accogliere un bambino con disabilità. «Pensavamo che sarebbe stato troppo difficile per noi». Col tempo, però, la loro prospettiva è cambiata. «Ci siamo detti: dobbiamo adottare un bambino con la sindrome di Down».
Oggi Selah ha quasi dieci anni. «È un vero raggio di sole», racconta il padre. Ama cantare, giocare con i fratelli ed è appassionata del film Frozen. La quotidianità, tuttavia, presenta anche alcune difficoltà: la bambina utilizza ancora i pannolini e comunica verbalmente solo in parte. Nonostante ciò, Marco non ha dubbi: «Sapere che dei bambini non nascono soltanto per un cromosoma in più mi fa molto male».
Insieme Svizzera: «Aborti dettati da una forte pressione sociale»
Secondo Insieme Svizzera, l'organizzazione mantello delle associazioni di genitori di persone con disabilità intellettiva, i futuri genitori sono spesso confrontati con una forte pressione sociale già al momento di decidere se sottoporsi o meno alla diagnostica prenatale. «I genitori dovrebbero avere anche il diritto di non sapere», sottolinea l'associazione, chiedendo che le informazioni sui test vengano fornite in modo neutrale, senza orientare implicitamente le coppie verso una determinata scelta.
L'organizzazione ritiene inoltre che, in presenza di una diagnosi di trisomia 21, venga spesso proposta una visione prevalentemente medica della disabilità. Gli esami prenatali, sottolinea, non possono infatti dire nulla sulla qualità di vita concreta del futuro bambino, né sulle sue capacità, preferenze o interessi. «Una disabilità fa parte della vita, ma non ne definisce il valore», afferma Insieme Svizzera, ribadendo tuttavia che la decisione finale spetta esclusivamente ai genitori.
«Trisomia 21 percepita come rischio prenatale»
Anche per Jürg Streuli, esperto di etica medica presso la fondazione Gesundheitskompass, il problema non risiede nei test in sé, bensì nel rischio che una possibilità medica finisca per trasformarsi in un'aspettativa sociale di selezione. «Grazie alla possibilità di una diagnosi precoce, la trisomia 21 viene sempre più percepita come un rischio prenatale anziché come la realtà di vita di bambini, adolescenti e adulti», osserva l'esperto, ricordando come «esista un ampio spettro di qualità di vita».





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