Cerca e trova immobili

INDIMENTICABILI«Iconico e dominante, con mani come tenaglie»

27.02.24 - 11:30
Shaquille O'Neal ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'NBA. Ha vinto quattro anelli, potevano essere molti di più
Imago
«Iconico e dominante, con mani come tenaglie»
Shaquille O'Neal ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'NBA. Ha vinto quattro anelli, potevano essere molti di più
Cestista, attore, rapper, poliziotto: ha fatto di tutto ed era un vulcano di idee (anche sgangherate...). Lakers, Heat e Magic hanno ritirato la sua maglia dopo una carriera ricca di aneddoti. Carettoni: «La sua unica tripla fu un evento paranormale. Si contano più tabelloni frantumati».
SPORT: Risultati e classifiche

LOS ANGELES - Di certo sarà una grande festa. “Big”, enorme. Proprio come lui. Stiamo parlando di Shaquille O’Neal, personaggio dalle mille sfaccettature che la prossima settimana spegnerà 52 candeline. Non sappiamo quale follia s'inventerà per l’occasione, ma oggi siamo qui per omaggiarlo e celebrare un altro Indimenticabile dello sport. Un vulcano di idee - non tutte buone… - un elemento indomabile col suo carisma e la sua fisicità: 2 metri e 16 cm per un peso variabile, dai 140 kg abbondanti in su. Ma di questo parleremo dopo.

Cestista, attore, rapper, poliziotto (ai tempi dei Lakers voleva entrare anche negli SWAT), imprenditore, presentatore, commentatore: ha fatto di tutto. Il suo cammino è condito da aneddoti incredibili, di quelli che ti fanno anche ridere di gusto e dire: “Non è possibile, non è successo davvero”.

“Nomen omen”, o anche no.
Shaquille Rashaun significa “piccolo guerriero”. «Sei il mio piccolo guerriero. Ho lottato con te e per te», diceva sempre al suo Shaq mamma Lucille. Sul guerriero ci ha sicuramente azzeccato, sul piccolo - per uno che calza il 58 di scarpe e a 13 anni era già alto quasi 2 metri - si potrebbe discutere… In carriera ha avuto (e si è dato) innumerevoli soprannomi. Se ne contano almeno una ventina. Peculiarità? L’importante è che contenesse la parola Big. The Big Diesel, Big Cactus, Big Conductor e chi più ne ha più ne metta. Tutto normale, per uno col suo ego smisurato.

In rampa di lancio
Da ragazzo aveva un bel caratterino e non “disdegnava” gli screzi con i malcapitati compagni. È cresciuto con la madre e il padre adottivo, Philip Harrison, un sergente dell’Esercito degli Stati Uniti che ha lavorato anche in Germania e ha avuto grande influenza nella crescita umana e sportiva di Shaq. Nativo di Newark (New Jersey) ma senza “terra ferma” visti gli impegni lavorativi del sergente Harrison, ha frequentato la Cole High School a San Antonio, Texas, vincendo un titolo di Stato. Corteggiato dalle università ha ceduto alle lusinghe di Louisiana State. Vinto il premio di miglior giocatore della NCAA nel '91, spiccò il volo verso l’NBA. Prima del Draft firmò un ricco contratto di sponsorizzazione. Preso dall'entusiasmo spese quei soldi in un amen in macchine (non una, ma tre…) e per aiutare i genitori.

Prima scelta
Al Draft del 1992 è stato la prima scelta assoluta e si legò agli Orlando Magic (stagione poi chiusa come Rookie dell’anno). Uomo immagine dal sorriso ammaliante, Shaq era sulla bocca di tutti e le multinazionali se lo contendevano. Si narra che a un incontro coi vertici della Nike si presentò indossando una felpa con stampato in bella vista il logo della Reebok, azienda che aveva deciso di “sposare”. Molto diplomatico. Questa era, prendere o lasciare.

ImagoUna forza della natura.

Verso gli anelli
Nel 1995, insieme all’amico Penny Hardaway, portò i Magic sino alla prima storica finale NBA. Basso profilo e massima concentrazione? Macché. Prima della finale, insieme ad alcuni compagni, pensò bene di incidere una canzone per celebrare la vittoria. L’epilogo? Già scritto. Titolo ai Rockets dello scatenato Hakeem Olajuwon, che riportò sulla terra Shaq e spazzò via Orlando in 4 partite. L’anno dopo i Magic si fermarono invece in finale di Conference contro i Bulls di un certo Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman (futuri campioni). Nel 1996 The Big Diesel lasciò la Florida per volare a Hollywood, coperto d’oro dai Lakers: 122 milioni in 7 anni, per quello che all’epoca divenne il contratto più ricco di sempre.

E qui la storia cambia
Oltre a un terreno fertile per la sua passione per lo spettacolo, in California trova l’habitat ideale e in tre stagioni nasce una corazzata. Il clic con l'arrivo di coach Phil Jackson nel '99, che gli parlò chiaro: «Smetti di dedicarti alla carriera di rapper, smetti di pensare sempre a te stesso. Limita le tue apparizioni mondane e vedrai che vincerai il titolo e sarai MVP». Parole profetiche.

E a questo punto anche noi ci facciamo aiutare, col ricordo di chi conosce vita, morte e miracoli dei magnifici anni ‘90-2000 dell’NBA e ha portato nelle nostre case il grande basket.
«A Los Angeles si era creato un mix devastante ed è quello di cui Shaq aveva bisogno - interviene Renato Carettoni, già allenatore della Nazionale Svizzera di basket - Dico questo perché a O'Neal servivano spalle molto forti. Per intenderci: non era Michael Jordan che ha vinto anche da solo. Lì ha trovato Kobe Bryant, che per me resta il numero uno, e hanno messo in fila tre titoli tra il 1999 e il 2001. Poi però attenzione al suo egocentrismo cronico. Era facile andarci in contrasto. In primis Kobe che aveva una mentalità e attitudine totalmente diversa. Infatti i rapporti si incrinarono. Nel 2004 poi passò a Miami».

ImagoShaquille O’Neal insieme al compianto Kobe Bryant: una coppia stratosferica che ha portato 3 titoli ai Lakers (1999-2000-2001).

Tre trionfi coi Lakers, uno con Miami nel 2006 (il primo nella storia degli Heat). In tutto 4 anelli e tre premi come MVP delle Finals.
«E potevano essere molti di più. Questo perché non ha mai costruito un gioco completo. Non solo il tiro, ma anche la difesa lontano dal canestro. Un rimpianto è il titolo sfuggito nel 03/04, quando a Los Angeles arrivò anche Karl Malone. Volevano far vincere al “postino” il primo anello, ma andò diversamente. I Detroit Pistons stravinsero tatticamente, obbligando Shaq a uscire dalla tana».

Insomma croce e delizia. Condizione così così - si dice che si mise realmente in forma solo una stagione… la prima con Phil Jackson - e percentuali da “Minors”. Ma non scherziamo, era un centro mostruoso.
«Ai liberi aveva il 50%. Però era inarrestabile e quindi ne otteneva talmente tanti che poi a referto metteva sempre i suoi 35 punti. In carriera ne ha sbagliati oltre 5'000, eppure resta tra quelli che ne ha trasformati di più. A ripensarci è pazzesco. Molti allenatori hanno cercato di farlo migliorare sotto questo aspetto, ma era una battaglia persa. Non ci sono riusciti nemmeno i migliori. Aveva una mano quadrata, delle tenaglie. Enormi. Per una persona normale sarebbe come tirare una pallina da tennis. Il peso? Lui stesso ha ammesso che all’epoca del primo titolo pesava 156 kg. Al terzo 179… Variava, ma era anche una montagna di muscoli».

"Umile" come di consueto, sulla sua percentuale dei liberi disse: «È il modo che Dio ha trovato per dire che nessuno è perfetto». Sulle triple il dato strappa un sorriso: una - e sottolineiamo una - in tutta la carriera. Al netto dei soli 22 tentativi. «E in quell’occasione mancava forse un secondo alla sirena. Un evento "paranormale" tra lo stupore generale… (ride, ndr). È di gran lunga superiore il numero di tabelloni che ha frantumato o scardinato con le sue schiacciate».

Un personaggio. Unico e iconico.
«Uno dei più grandi, di quelli che hanno lasciato per davvero un segno indelebile. Sfruttava il fisico e vicino al canestro era devastante. Un Tir, era impossibile spostarlo. Anche nell’NBA moderna sarebbe dominante».

ImagoNel 1999, con Phil Jackson, si mise in forma realmente e non ci fu storia: titolo ai Lakers.

Sfizi, spese folli.
A proposito di capricci, si dice che una volta fece installare un acquario nel lunotto posteriore della sua Mercedes. Un’altra volta che fece tagliare - e poi saldare insieme - due differenti Ferrari. Il tutto per una sorta di sfida - come tra vecchi “amici di quartiere” - con Penny Hardaway, che ne aveva appena acquistata una ed era tutto orgoglioso. Leggenda o realtà… con Shaq tutto è possibile. «Oh sì, sicuramente. Auto, anelli, gioielli: ai tempi di Los Angeles a volte lo vedevano in giro agghindato come un albero di Natale. Non amava passare inosservato…». Questo mai, né in carriera - 19 anni prima del ritiro nel 2011 dopo le ultime parentesi tra Phoenix, Cleveland e Boston - né dopo. Programmi televisivi anche esilaranti, apparizioni a WrestleMania e innumerevoli progetti (vincenti o "sgangherati"): semplicemente il grande Shaq.

ImagoTrono, luci e giubbotto: con una cerimonia “sobria” - in perfetto stile Shaq - i Magic hanno ritirato la sua maglia numero 32. Lo stesso hanno fatto gli Heat (32) e i Lakers (34).
ImagoI Magic hanno omaggiato la propria leggenda (1992-1996)
Entra nel canale WhatsApp di Ticinonline.
COMMENTI
 
NOTIZIE PIÙ LETTE