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ISRAELE

Il generale Gadi Eisenkot, la nemesi di Bibi

Chi è l'uomo incaricato di formare il nuovo governo israeliano
Il generale Gadi Eisenkot, la nemesi di Bibi
Amir Levy/Getty Images
Fonte Ats Ans
Il generale Gadi Eisenkot, la nemesi di Bibi
Chi è l'uomo incaricato di formare il nuovo governo israeliano

TEL AVIV - Quando nel 2019 Gadi Eisenkot terminò il suo mandato di capo dell'Idf, si diceva che non avrebbe seguito il trend dei generali che entrano in politica: «Non è per lui». Anche da capo di Stato maggiore - nominato dal suo acerrimo rivale di oggi Benjamin Netanyahu - mantenne un basso profilo pubblico, pochi discorsi, addirittura l'unità del portavoce gli fece fare un training di arte oratoria.

Chi ci ha lavorato insieme lo descrive determinato ma non teatrale, per nulla egocentrico: uno che parla più con i fatti che con le parole, non sbatte i pugni sul tavolo, non porta rancore. Eppure, nel 2022 scende in campo, a fianco del suo predecessore nell'Idf Benny Gantz. I giornalisti stranieri che l'hanno sentito per la prima volta domenica al suo comizio conclusivo a Tel Aviv confermano: non è una figura che sprizza carisma. Ma per una grande fetta di israeliani oggi Gadi rappresenta la più concreta speranza di voltare pagina: tra i partiti di opposizione, il suo Yashar! - che significa dritto, onesto, come l'immagine di questo generale dalle sembianze modeste e dalle umili origini - è il favorito per guidare l'era post Netanyahu, anche se è nato solo un anno fa. Se riuscisse a formare un governo, diventerebbe il primo premier di origine 'mizrahi' (orientale) della storia del Paese.

Nato a Tiberiade nel 1960 da genitori arrivati dal Marocco, è cresciuto nella lontana periferia di Eilat, in una grande famiglia tradizionalista. La sua carriera militare parte dalla brigata di fanteria Golan, considerata un'unità del popolo in contrapposizione a quelle di élite. Anche per questo, Gadi è visto dalla gente come «uno di noi». Ma soprattutto perché è parte della famiglia del lutto israeliano, avendo perso l'ultimo dei suoi cinque figli e due nipoti in questa guerra, rimasti uccisi nei combattimenti a Gaza.

Nell'approccio alla sicurezza nazionale è il fautore della 'dottrina Dahiya', che codifica la risposta sproporzionata ai tempi della guerra con il Libano del 2006, quando era capo del Comando Nord. Ha inoltre sviluppato il concetto di 'guerra tra le guerre', che puntava su operazioni brevi e mirate, e che ha governato per un decennio lo scontro tra Israele e l'asse iraniano fino allo sbaragliamento di tutte le carte dopo l'attacco a sorpresa del 7 ottobre. Per questo, c'è chi gli imputa di essere tra i fautori della 'Consepzia', il miscalcolamento delle intenzioni del nemico che ha portato al fallimento dell'Idf quel giorno. Nella sua campagna, e anche oggi ricevendo l'incarico, si è rivolto molto agli elettori del Likud: «Fidatevi di me» dice, invitandoli ad abbandonare la cieca lealtà a Bibi.

Al centro della sua agenda, le tematiche interne come la costituzione di una commissione d'inchiesta sui fatti del 7 ottobre e l'arruolamento degli ultraortodossi - che parlano più agli elettori del centro-sinistra. Mentre all'elettorato di destra parla di sconfitta definitiva di Hamas, entro 18 mesi, «o con il Piano Trump o con la forza». Appoggia la guerra contro l'Iran, definendola «la più giusta degli ultimi decenni», ha criticato 'Naza' («c'è un abisso tra la critica legittima in una società democratica e la diffamazione della reputazione dei nostri soldati per applausi a festival stranieri»). Dice che la soluzione a due Stati dopo il 7 ottobre è 'delirante', ma parla della violenza dei coloni in Cisgiordania come di «terrorismo ebraico».

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