«Siher non ha incitato alla violenza ma alla disobbedienza civile»

Le motivazioni che hanno portato alla scarcerazione del gestore delle pagine social del "Movimento 17 ottobre"
MILANO - Si può limitare la libertà d'espressione, sancita dalla Costituzione, solo quando «è effettivamente in gioco la tutela di altri beni», come quello «della sicurezza pubblica». E c'è istigazione a delinquere solo quando le parole sono «concretamente» idonee a «provocare la commissione» di reati. Non è il caso, però, di Youssef Siher, il quale con i suoi messaggi non ha mai incitato alla violenza, ma anzi, pur usando «toni aspri ed espressioni volgari», voleva portare avanti forme di protesta «pacifiche» contro il governo o «evocare azioni di 'disobbedienza civile'».
Cita giurisprudenza, come una sentenza della Corte Costituzionale del '70, ma soprattutto ribalta completamente, rispetto ai pubblici ministeri (pm), la lettura dei fatti, ossia delle chat social, la giudice delle indagini preliminari (gip) Tiziana Landoni che ha scarcerato il 30enne ricercatore che amministrava i canali Telegram e Instagram del "Movimento 17 ottobre".
Non ha riconosciuto le esigenze cautelari, come il pericolo di fuga, scrivendo che non è vero che volesse «rendersi irreperibile», ma che, quando è stato perquisito il 24 ottobre, era a Milano a casa di amici solo «in vista della manifestazione». E soprattutto la giudice ha cancellato i «gravi indizi di colpevolezza» sulle ipotesi di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata in manifestazioni pubbliche, nuovo reato introdotto con il più recente decreto sicurezza, proprio pochi giorni dopo la guerriglia urbana e le devastazioni del fine settimana 17-18 ottobre.
La gip in 37 pagine di ordinanza, analizzando uno ad uno i post dell'esponente dei Giovani palestinesi, rimarca proprio come lui non si sia mai «ispirato alle gravi violenze» di Milano, «neppure menzionate quale modello delle forme di protesta da lui proposte». In pratica, nei suoi messaggi la Procura ci legge il sostegno e l'organizzazione di una «sommossa», mentre la gip valuta che si è «di fatto limitato a promuovere una mobilitazione collettiva, 'consapevole'» e «la formazione di una coscienza collettiva». Non voleva «arrecare un grave danno allo Stato», né «intimidire la popolazione», come sostenuto dai pm nel delineare l'aggravante del terrorismo.
Nel provvedimento depositato in tarda mattinata è stata accolta la linea dei legali Ciccarone e Abu Sharar. Quella «generica 'dichiarazione di guerra' ad un 'presente infame'» di Siher non era rivolta «alle istituzioni dello Stato» e non era «accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente». Poi, quel «vademecum» per la «difesa in piazza» non conteneva, annota la gip, «riferimenti a strumenti offensivi». Non risulta, inoltre, che lo studioso dell'Islam politico abbia «caldeggiato o in qualche modo sostenuto i comportamenti violenti menzionati» da altri utenti, che parlavano di blitz da compiere «a danno di banche, edifici pubblici».
Infine, il suo «riferimento alle azioni in Francia» era «assolutamente generico». Richiama più che altro «l'attivismo che ha connotato i movimenti di protesta francesi».



