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GUERRA IN MEDIO ORIENTE

C'è l'accordo tra Stati Uniti e Iran: scattano i 60 giorni decisivi

Firmato il memorandum tra Washington e Teheran: petrolio in calo dopo il cessate il fuoco, ma restano aperti i nodi su sanzioni, uranio e tensioni con Israele. Venerdì la firma a Ginevra
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Fonte red / Corriere della Sera
C'è l'accordo tra Stati Uniti e Iran: scattano i 60 giorni decisivi
Firmato il memorandum tra Washington e Teheran: petrolio in calo dopo il cessate il fuoco, ma restano aperti i nodi su sanzioni, uranio e tensioni con Israele. Venerdì la firma a Ginevra

WASHINGTON / TEHERAN - Con la riapertura dello Stretto di Hormuz, prevista per venerdì insieme alla firma dell’accordo e all’avvio delle operazioni di sminamento, il petrolio tornerà a scorrere senza ostacoli. Un passaggio che, secondo Donald Trump, porterà benefici non solo alla regione ma all’intera economia globale.

Il presidente americano ha celebrato l’intesa su Truth parlando di «pace e sicurezza» per il Medio Oriente e rivendicando il successo diplomatico: «Molti presidenti hanno provato a fare la pace con l’Iran, ma tutti hanno fallito. Per la prima volta i leader della regione hanno trovato un presidente capace di portarli verso una pace vera».

Dietro l’annuncio, però, c’è una trattativa lunga, fragile e più volte vicina al fallimento. Il tavolo tra Washington e Teheran è stato rinviato, bloccato, fatto deragliare e poi rimesso in piedi. Adesso però le firme digitali sul memorandum ci sono, e venerdì le delegazioni dovrebbero incontrarsi in Svizzera per trasformare l’intesa preliminare nell’avvio ufficiale di un negoziato destinato a durare almeno sessanta giorni.

Passaggio alla fase due
Il memorandum non è ancora un accordo definitivo, ma rappresenta il passaggio alla «fase due»: riapertura dello Stretto di Hormuz, revoca del blocco americano sui porti iraniani ed estensione della tregua già raggiunta ad aprile. Da quel momento inizierà la vera partita, quasi interamente concentrata sul dossier nucleare.

Secondo le indiscrezioni, Trump sarebbe disposto a riconoscere all’Iran il diritto a un programma nucleare civile, tornando di fatto vicino all’impianto dell’accordo del 2015 voluto da Barack Obama e poi demolito proprio dall’attuale presidente americano. In cambio, Washington pretende garanzie precise sul fatto che Teheran non possa arrivare all’arma atomica.

Il nodo centrale resta l’arricchimento dell’uranio
Gli Stati Uniti chiedono una sospensione lunga vent’anni, gli iraniani ne offrono cinque: il compromesso potrebbe attestarsi attorno ai dieci. Sul tavolo c’è anche il destino dei circa 450 chili di uranio arricchito al 60%, che Teheran dovrebbe diluire o trasferire all’estero sotto il controllo degli ispettori internazionali. La Russia, come già avvenuto nel 2015, potrebbe custodire il materiale.

Dall’altra parte, il regime iraniano ha bisogno di risultati economici immediati. Teheran punta allo sblocco dei 24 miliardi di dollari congelati all’estero, ma Washington ha imposto una logica «performance-based»: prima le concessioni concrete sul nucleare, sulla riapertura dello Stretto e sul contenimento dei gruppi armati regionali, poi l’alleggerimento delle sanzioni e il rilascio dei fondi.

Teheran: «Abbiamo umiliato il nemico»
Nel frattempo, la reazione pubblica delle forze armate iraniane è stata di tutt'altro tono. Hanno sostenuto di aver «umiliato» Stati Uniti e Israele durante il conflitto, affermando che i nemici «non hanno avuto altra scelta se non accettare la sconfitta». Una linea rilanciata anche dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, secondo cui gli impegni previsti dall’accordo entreranno in vigore da venerdì, mentre nei successivi 60 giorni proseguiranno i negoziati sul dossier nucleare e sulla revoca delle sanzioni.

Giù il petrolio, in una giornata tesa
L’effetto immediato dell’intesa si è visto sui mercati: il petrolio è crollato dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Il Wti ha perso il 4,8% scendendo a 80,80 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 3,9% a quota 83,89.

La giornata precedente era stata segnata da un’escalation continua: l’attacco israeliano in Libano, le minacce iraniane di rappresaglia e infine l’annuncio del Pakistan sull’accordo tra Washington e Teheran, con firma prevista il 19 giugno in Svizzera. Trump ha così potuto rivendicare il raggiungimento della pace proprio nel giorno del suo compleanno.

In cosa consiste il memorandum
Secondo le bozze del memorandum, lo Stretto di Hormuz verrà riaperto mentre Stati Uniti e Iran avranno 60 giorni per definire il futuro dell’uranio arricchito e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. «La questione nucleare verrà affrontata più avanti, nel prossimo mese o due. Non c’è fretta», ha spiegato Trump annunciando anche la fine del blocco navale americano.

Il presidente statunitense ha poi celebrato l’accordo con toni trionfali: «L’intesa è completa. Congratulazioni a tutti. Autorizzo la piena riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritiro immediato del blocco navale degli Stati Uniti».

L’annuncio è arrivato dopo un duro scontro tra Trump e Benjamin Netanyahu per il raid israeliano in Libano. Secondo Axios, il presidente americano avrebbe reagito con estrema irritazione accusando il premier israeliano di aver compromesso un momento decisivo per la trattativa con Teheran.

Israele, però, continua a guardare con forte diffidenza all’intesa. Fonti israeliane citate dai media locali sostengono che il memorandum «mette a rischio gli interessi» dello Stato ebraico e rappresenti una concessione eccessiva alle richieste iraniane.

L'incognita Netanyahu: Trump riuscità a tenerlo a bada?
I rischi che l’accordo salti restano numerosi. Il primo è da ricondurre al Libano: Teheran pretende che la tregua includa anche Hezbollah e considera eventuali nuovi raid israeliani come una violazione diretta dell’intesa e vogliono una prova che dimostri che Trump sia in grado di tenere a bada Netanyahu. Il secondo è il fattore tempo. Gli iraniani storicamente negoziano rallentando ogni passaggio, mentre Trump ha poca pazienza e punta a risultati rapidi. Il terzo pericolo riguarda gli oppositori interni: sia negli Stati Uniti sia in Iran esistono forti opposizioni pronte ad accusare i negoziatori di essersi piegati al nemico.

Eppure, Washington e Teheran hanno bisogno di presentare la fine delle ostilità come una vittoria politica. Ma dietro la propaganda, nelle due capitali si sta facendo strada una consapevolezza diversa: che nessuno può davvero annientare l’altro e che l’unica via d’uscita passa, prima o poi, da un compromesso reale.

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