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«Se la sono cavata con poco o niente. Ma io non li perdono»

Condannati due imputati su tre nel caso della morte di un 54enne sul cantiere dell'ex Hotel du Lac di Paradiso. La moglie della vittima, però, ha qualcosa da dire.
«Se la sono cavata con poco o niente. Ma io non li perdono»
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«Se la sono cavata con poco o niente. Ma io non li perdono»
Condannati due imputati su tre nel caso della morte di un 54enne sul cantiere dell'ex Hotel du Lac di Paradiso. La moglie della vittima, però, ha qualcosa da dire.

LUGANO - È passato praticamente un anno dal processo. Ma alla fine l'agognata sentenza è arrivata. Due dei tre imputati sotto accusa per la morte di Gianfranco Sangion, 54enne che l'8 gennaio 2021 perse la vita mentre era al lavoro sul cantiere dell'ex Hotel du Lac di Paradiso, sono stati condannati.

Come ci conferma la famiglia della vittima, il capo cantiere e il tecnico responsabile della sicurezza sono stati condannati a una pena pecuniaria pari a 180 aliquote giornaliere sospesa con la condizionale per un periodo di prova di due anni. Il primo è stato ritenuto colpevole sia di omicidio colposo che di violazione delle regole dell'arte edilizia, mentre il secondo "solo" di omicidio colposo.

È stato invece interamente prosciolto l'operaio che, dal sesto piano dell'edificio, gettò dal vano dell'ascensore il telaio in legno che colpì mortalmente in testa il 54enne.

«Sono contenta che finalmente hanno dato la sentenza tanto attesa», ci dice Tatiana Sangion Capitanio, moglie della vittima. Ma resta una grande amarezza.

«Mai delle scuse»
«Per quanto riguarda il capo cantiere e il tecnico della sicurezza, alla fine se ne staranno buoni buoni per questi due anni di prova e se la saranno cavata con poco o niente...un processo e basta. Ma io non li perdono. Anche perché da parte loro non ho mai avuto delle scuse e non ho mai visto del pentimento».

Il proscioglimento? «Lui si limitava a eseguire gli ordini»
Diverso il discorso per quanto concerne l'operaio. «All'inizio il rancore lo avevo anche nei suoi confronti, ma ora mi fa piacere che sia stato prosciolto», afferma la signora Sangion. «Durante il processo mi sono resa conto che in fondo lui ha eseguito degli ordini e che i lavori di sgombero non erano neanche di sua competenza. Gli altri due invece sapevano come funzionavano le cose...sul cantiere si lavorava con la fretta e senza le adeguate misure di sicurezza».

Durante il dibattimento svoltosi a settembre 2025, lo ricordiamo, la pubblica accusa aveva chiesto otto mesi di detenzione sospesi con la condizionale per l'operaio e il capocantiere, dieci mesi per il tecnico. La difesa, invece, aveva spinto per tre assoluzioni.

Le motivazioni della Corte
Il giorno successivo alla comunicazione della sentenza alle parti, il giudice Paolo Bordoli ha infine inviato le motivazioni scritte della sentenza. «La Corte, dopo attento esame degli atti e delle posizioni di accusa e difese, ha ritenuto che sul cantiere in questione vi sono effettivamente stati problemi legati alla sicurezza degli operai».

Piano inadeguato e mancanza di sicurezza
Innanzitutto «il piano pensato dal tecnico di cantiere non ha adeguatamente messo in sicurezza la zona di arrivo del materiale gettato dai piani superiori attraverso il vano dell’ascensore. In particolare il materiale non sarebbe potuto dover uscire dal vano ascensore e soprattutto occorreva la certezza, ciò che il piano pensato non prevedeva, che nessuno potesse trovarsi in quella zona fino a fine accertata dei lanci. Fine che doveva essere accertata tramite altri sistemi di comunicazione rispetto a quello scelto (sulle cui condizioni e reale istruzione agli operai la Corte ha nutrito qualche dubbio), ad esempio con l’utilizzo di inequivocabili segnali luminosi (idea peraltro prevista dal tecnico, ma inspiegabilmente scartata)».

Oltretutto, «anche le misure insufficienti predisposte non sono state adeguatamente sorvegliate sia nella loro implementazione, sia poi nell’esecuzione, ciò che rientrava nelle responsabilità del capo cantiere». Si parla quindi di omissioni «che sono imputabili a chi le misure di sicurezza doveva prevederle e a chi doveva implementarle e in parte sorvegliarle».

«Una morte evitabile»
La Corte, in definitiva, «è giunta alla conclusione che se fossero state seguite le norme legali allora vigenti nonché i generali doveri di prudenza, e che quindi la zona di arrivo del materiale fosse stata messa efficacemente in sicurezza e i lanci dai piani fossero stati meglio comunicati, il decesso dell’operaio sarebbe stato evitabile».

Le responsabilità penali sono quindi state ritenute per il capocantiere e il tecnico responsabile della sicurezza e non per l’operaio che ha lanciato il telaio e che ha eseguito le istruzioni ricevute.

Inoltre, per il capo cantiere, «è stata ritenuta una lacuna nell’imposizione e sorveglianza di altre misure di sicurezza (quali l’utilizzo effettivo delle protezioni per lavorare in sicurezza in altezza e/o in presenza di buchi, come quello dell’ascensore), Misure il cui non rispetto ha messo concretamente in pericolo la salute anche di altri operai attivi sul cantiere».

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