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Le donne di Nazzaro: «Una storia di straordinaria devozione verso questi talenti»

Il direttore artistico del Locarno Film Festival ha curato la programmazione della nuova edizione di Festeggiamo come una serie di omaggi a protagoniste della Settima arte che sono state premiate in riva al Verbano
TIPRESS / CINEMA PUBLISHERS COLLECTION
Le donne di Nazzaro: «Una storia di straordinaria devozione verso questi talenti»
Il direttore artistico del Locarno Film Festival ha curato la programmazione della nuova edizione di Festeggiamo come una serie di omaggi a protagoniste della Settima arte che sono state premiate in riva al Verbano

LOCARNO - Una nuova estate di grande cinema sotto le stelle, nelle piazze del Locarnese. Torna anche quest'anno l'appuntamento con Festeggiamo!, la rassegna itinerante a ingresso gratuito giunta alla quinta edizione. A organizzarla, come di consueto, sono i Comuni del Locarnese e delle Valli - con la preziosa collaborazione del Locarno Film Festival. Quest'anno, però, Festeggiamo! si propone in una veste completamente nuova.

Il primo appuntamento della rassegna, che si articolerà in otto serate a partire dal 19 giugno e fino al 31 luglio, è in programma alle 21.15 al Portigon di Minusio. Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival, ha allestito un programma dedicato a straordinarie protagoniste del cinema che sono state premiate nelle passate edizioni del Locarno Film Festival. Di chi si tratta? Si parte con Emma Thompson e si prosegue con Golshifteh Farahani, Chiara Mastroianni, Mélanie Laurent, Jane Campion, Sonia Peng e Christine Vachon. È stato lo stesso Nazzaro a illustrarci le sue scelte per questa rassegna, della quale si dice «estremamente felice».

Come nasce l'idea di dedicare la rassegna alle donne premiate dal Locarno Film Festival?
«È venuta ragionando all'interno del Festival, in particolare con la nostra responsabile di programmazione Victoria Manconi. Uno dei grandi temi è quello del talento delle donne che hanno contribuito alla storia del cinema e che, nei festival, per varie ragioni rimangono sempre nell'ombra. Il Festival ha posto l'attenzione su numerose persone di primissimo piano che hanno contribuito in maniera determinante alla storia del cinema. L'idea della rassegna nasce da questo - e dal volere indicare retrospettivamente che la centralità femminile è sempre stata tenuta nella considerazione che merita a Locarno».

Quali caratteristiche hanno le "donne di Nazzaro", cinematograficamente parlando?
«È una domanda che si presta a diverse letture. Oggi parliamo, a mio avviso correttamente, dell'importanza di riequilibrare la visibilità dei contenuti all'interno del mondo del cinema. Per tanto tempo si è dato per scontato che questa mancanza di visibilità fosse ineluttabile e legata all'equilibrio industriale della produzione. Sin da quando ho iniziato a lavorare a Venezia come direttore della Settimana della critica, mi ero reso conto che questa sperequazione non poteva essere affrontata semplicemente con quanto il mercato offriva, perché il mercato è afflitto da questa sperequazione proprio in partenza. Quindi bisognava impegnarsi attivamente».

L'avete fatto al Festival negli scorsi anni.
«L'idea è semplice: celebrare dei talenti unici come quelli di Milena Canonero, Jane Campion, Gale Anne Hurd, Stacey Sher, Marianne Slot... Sono le persone che rendono possibili le cose. Torniamo un attimo alle ultime grandi storie di successo del Locarno Film Festival: si chiamano Margherita Spampinato con "Gioia mia" - due David di Donatello, una miriade di premi in tutto il mondo, due premi a Locarno e il premio Kering "Women In Motion" a Cannes; Sophy Romvari, premiata a Locarno e ovunque nel mondo, e così via. Era un modo per sottolineare il loro talento. Non per rimarcare che siamo i più bravi o che abbiamo fatto ciò come un tentativo di mansplaining. Assolutamente no. Ma era un modo per dire che siamo consapevoli che la situazione non è buona, però ce la stiamo mettendo tutta. È abbastanza? No. Si può fare di più? Sì».

E qui entra in gioco Festeggiamo!
«È il momento nel quale possiamo godere di questi straordinari talenti al femminile, che hanno fatto grande la storia del cinema e sono transitati da Locarno. Perché, se mi posso permettere, a volte le sperequazioni si alimentano anche in maniera quasi inavvertita. Faccio un esempio: "La sposa!" di Maggie Gyllenhaal, un film che non è stato a Locarno e che ha subito un massacro critico incredibile. Mi è capitato di andarlo a vedere a Londra e ho trovato una sala tutta al femminile, ero l'unico maschio e vedevo come le persone che erano lì dialogavano con quel film. È anche come raccontiamo questo passaggio che, a volte, è problematico. Sentiamo protagonisti del cinema dire: "I film che ho fatto in passato oggi non li potrei più fare con il MeToo, il politicamente corretto e il woke". Questa è una prospettiva totalmente sbagliata; ogni film risponde alle urgenze del suo tempo. Se oggi ci poniamo un problema di rappresentazione, di visibilità, ci poniamo il problema di chiamare correttamente le cose, le relazioni, i conflitti... È una forma di censura, questa, o un avanzamento? Per me è un avanzamento, che all'interno del Festival affrontiamo con grande passione e serietà».

Veniamo quindi al primo titolo della rassegna: si parte con "Quel che resta del giorno" di James Ivory, con una grande Emma Thompson, premiata lo scorso anno.
«Quando faceva i suoi film, James Ivory - ha più di 90 anni, e che Dio lo tenga in vita per altri 100 anni - veniva dato un po' per scontato, no? Si diceva "il regista delle tendine, delle decorazioni o delle signore che vanno a prendere il tè prima di andare al cinema"... In realtà Ivory è un regista estremamente complesso e molto inquieto. "Quel che resta del giorno" è un film di una disperazione elegantissima, ma profondissima. Si parla di due persone che non riescono a comunicare il fatto che si amano, che sono attratti uno dall'altro. Ciò perché sono più attratti dal loro lavoro, dalla loro funzione - e questo mi ha molto commosso. Quando andai al cinema a vederlo mi colpì molto questa radicalità, questa conflittualità sentimentale quasi giapponese, che si materializza all'interno di un contesto vittoriano».

Non è un caso che il romanzo dal quale è tratto il film sia stato scritto da Kazuo Ishiguro, scrittore nippo-britannico.
«Esattamente. Per arrivare a fare un film come "Quel che resta del giorno" bisogna non solo avere la passione per gli esseri umani, amarli profondamente: bisogna avere la competenza per trasformare quest'amore in un racconto di cinema e bisogna anche aver vissuto un pochino, per capire a cosa si rinuncia. Emma Thompson? È una grandissima, considero un privilegio il fatto che sia venuta a Locarno. Raramente ho incontrato una persona così schietta e generosa, che non ha mai fatto pesare in alcun momento il suo essere una "royal"».

In conclusione, come si può leggere la programmazione di questa edizione?
«Credo che la panoramica di questi nomi sia indicativa della passione del Locarno Film Festival verso il cinema, nonché la nostra straordinaria devozione nei confronti di questi talenti».

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