«Dovrei forse smettere di attraversare il Gottardo perché esiste il rischio di un incidente frontale?»

Si parla di tuta alare quasi solo in occasione di incidenti mortali, come quelli della scorsa settimana. Ma c'è molto altro: Denis Faoro ci guida nelle pieghe di una disciplina affascinante
LOCARNO - La pratica del volo con la tuta alare è balzata tristemente agli onori delle cronache durante lo scorso fine settimana, a causa di due incidenti mortali avvenuti entrambi in territorio elvetico.
Due tragedie nella scorsa settimana
Il primo episodio è avvenuto giovedì 4 giugno nel territorio di Voutry (VS) ed è costato la vita a un 29enne svizzero. Il secondo risale al giorno successivo, venerdì 5 giugno, ed è avvenuto nella zona del Gigerwaldspitze a Vättis (SG). A perdere la vita è stato un 47enne tedesco residente in Germania. «Conoscevo la persona coinvolta nell'incidente di venerdì» spiega Denis Faoro, che abbiamo interpellato per parlarci di questa disciplina, che finisce sotto i riflettori quasi esclusivamente in occasione di eventi tragici ma che raccoglie in sé uno dei più antichi desideri dell'uomo: quello di volare liberamente, come un uccello.
Paracadutista professionista, pilota di wingsuit (il termine inglese con il quale si designa la tuta alare e basejumper), Denis ha 15 anni di esperienza in questo vario e affascinante settore. Collabora con il Para Centro Locarno come istruttore di paracadutismo e wingsuit, ha più di 3000 lanci con il paracadute all'attivo e si è cimentato, spiega sempre sul suo sito personale, per oltre 1000 volte nel base jump con la tuta alare.
Ricordi la prima volta che l'hai indossata?
«Ricordo ancora molto bene il mio primo volo con il wingsuit. In realtà, è stato proprio questo il motivo per cui ho iniziato a praticare il paracadutismo. Il sogno di volare un giorno con una tuta alare era un grande obiettivo per me e, per questo motivo, quei ricordi sono ancora oggi molto vivi».
Quali sono i requisiti base per cimentarsi con la tuta alare?
«Per iniziare a praticare il volo con il wingsuit è necessario ottenere innanzitutto la licenza di paracadutismo. Successivamente, sono generalmente richiesti circa 150-200 lanci con il paracadute prima di poter effettuare il primo salto con una tuta alare per principianti. All’inizio si salta sempre da un aereo. La grande maggioranza dei piloti di tuta alare pratica il cosiddetto wingsuit skydiving, cioè il volo dopo il lancio da un aeromobile. Solo una minoranza passa in seguito al wingsuit base jumping, lanciandosi con il wingsuit da montagne o da altri punti fissi».
C'è una falsa convinzione che influisce sulla percezione dei piloti di wingsuit?
«È importante sapere che ogni pilota di wingsuit atterra con un paracadute. Molte persone pensano che atterriamo senza paracadute, ma non è così».
Tu sei istruttore: quali sono i principali insegnamenti che impartisci ai tuoi allievi?
«Le cose più importanti che trasmetto ai miei allievi sono naturalmente tutte le informazioni necessarie e le norme di sicurezza. Tuttavia, c’è un altro aspetto fondamentale: rimanere rilassati. Può sembrare sorprendente, ma questo sport è molto più mentale che fisico. Chi non riesce a gestire le proprie emozioni farà fatica a volare bene, a godersi davvero l’esperienza e, soprattutto, a reagire correttamente nelle situazioni critiche».
Quanti piloti ticinesi hai formato o formi attualmente?
«Quando si parla di “piloti”, si intendono persone che possiedono già una licenza di paracadutismo e che successivamente hanno seguito il corso “Wingsuit First Flight”. Negli ultimi dieci anni ho formato circa dieci-quindici ticinesi al volo con il wingsuit. Attualmente ci sono molti nuovi paracadutisti ticinesi che si stanno allenando e che sono interessati a seguire il corso “Wingsuit First Flight”. È una cosa che mi fa davvero molto piacere».
In Svizzera ci si lancia spesso da vette o da postazioni apposite sulle montagne: è più pericoloso rispetto al lanciarsi da un elicottero?
«Sì, il wingsuit base jumping da una montagna è, in linea di principio, decisamente più rischioso rispetto al wingsuit skydiving da un aereo. Tuttavia, entrambe le discipline comportano dei rischi se non vengono apprese con serietà o se non si conoscono i propri limiti. In fondo, questo vale anche per molti altri sport, come ad esempio l’arrampicata. Negli ultimi anni l’attrezzatura si è evoluta enormemente e l’esperienza degli atleti è cresciuta in modo significativo. Oggi è possibile prepararsi in maniera molto professionale, soprattutto grazie alle moderne strutture di allenamento indoor. In Slovenia e in Svezia esistono speciali gallerie del vento che permettono di imparare e allenare il volo con il wingsuit in un ambiente controllato e sicuro. Questo ha contribuito in modo determinante ad aumentare la sicurezza del nostro sport».
Quale sensazione vuole provare, il pilota di wingsuit, quando si lancia nel vuoto?
«Naturalmente posso parlare solo per me. Ho sempre sognato di volare. Quella sensazione di libertà assoluta – sia durante il wingsuit skydiving sia durante il wingsuit base jumping – è qualcosa di davvero unico. In quel momento esistono soltanto il presente e ciò che stai vivendo. È una sensazione che continua ad affascinarmi ancora oggi e della quale non mi stanco mai».
In questa disciplina esiste il rischio zero oppure una componente di pericolo è sempre presente? Se sì, quale pensi che sia la percentuale accettabile?
«Niente nella vita è completamente privo di rischi. Esiste davvero un rischio “accettabile”? Per me il rischio inizia nel momento in cui salgo in macchina e termina soltanto quando atterro in sicurezza dopo un volo in wingsuit. Gran parte della nostra vita è legata a una qualche forma di rischio. Ciò che conta davvero è il modo in cui lo si gestisce e la propria strategia personale di gestione del rischio.
Amo la vita. Amo la mia famiglia. Dovrei forse smettere di attraversare il Gottardo perché esiste il rischio di un incidente frontale? Ma cosa significa realmente “mettere inutilmente a rischio la propria vita”? Chi decide che cosa sia inutile? E come si definisce il concetto stesso di rischio? A queste domande non esiste una risposta universale».
Cosa rispondi a chi afferma, specialmente in occasione di tragedie come quelle di questi giorni, che si tratta di mettere la propria vita in pericolo, inutilmente?
«Quando qualcuno mi dice che sto rischiando inutilmente la vita, spesso rispondo chiedendogli che cosa ha mangiato quel giorno o quali siano le sue abitudini quotidiane. Molte persone consumano regolarmente prodotti dannosi per la salute o conducono uno stile di vita che, nel lungo periodo, comporta anch’esso dei rischi. E allora, a volte, mi viene spontaneo pensare esattamente la stessa cosa: quanto rischio inutile stanno assumendo loro stessi?».



