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SVIZZERA

«Le quote rosa nelle aziende danneggiano le donne»

A sostenerlo è una donna, professoressa emerita di economia all'Università di Zurigo
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Fonte ats
«Le quote rosa nelle aziende danneggiano le donne»
A sostenerlo è una donna, professoressa emerita di economia all'Università di Zurigo

ZURIGO - Le quote femminili di riferimento per i piani alti delle grandi imprese svizzere hanno permesso di aumentare il numero di dirigenti non maschi, ma ora è arrivato il momento di abolirle perché danneggiano le donne individualmente e nel loro insieme: lo sostiene Margit Osterloh, professoressa emerita di economia all'Università di Zurigo.

«La quota rosa è stata sicuramente utile per richiamare l'attenzione sul problema della scarsa presenza femminile nei vertici aziendali», afferma l'esperta in un'intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ). «Sono però ormai trascorsi cinque anni dalla sua introduzione: ora si stanno manifestando effetti collaterali indesiderati».

«Non più giustificata»
Dal gennaio 2021 le società quotate in borsa con sede nella Confederazione hanno come valore di riferimento una presenza femminile di almeno il 30% nei consigli di amministrazione (Cda) e del 20% nelle direzioni. Se questi valori non vengono rispettati l'impresa deve indicare, nel rapporto sulle remunerazioni, i motivi e illustrare le misure per migliorare la situazione: questo obbligo scatta però rispettivamente a cinque (Cda) e a dieci anni (direzione) dall'entrata in vigore della normativa.

La percentuale di dirigenti femmine nelle direzioni è salita dal 6% del 2015 al 22% di oggi. Secondo Osterloh ora però «molti elementi indicano che la quota rosa non sia più giustificata». Il problema più evidente è il cosiddetto «gender tenure gap»: «Le donne restano solo la metà del tempo in una posizione di vertice rispetto agli uomini, cioè in media tre anni contro sette. Questa minore durata diventa uno svantaggio per le donne: lavorano con uomini che hanno in media il doppio dell'esperienza nell'azienda e sono molto meglio collegati fra loro».

Catturate dai cacciatori di teste
Secondo uno studio condotto con la sociologa Katja Rost sui 100 maggiori gruppi elvetici - da cui è nato il libro «Bumerang Frauenquote», appena pubblicato - le donne vengono «catturate con il lazo dai cacciatori di teste» non appena emerge una candidata qualificata. «Poiché la domanda è molto più alta dell'offerta, le donne in posizioni di leadership vengono più rapidamente attirate altrove: c'è una lotta per i talenti». Questo meccanismo spinge le dirigenti in ruoli per cui non sono sempre pienamente adatte o che hanno meno prestigio. «Si tratta spesso di ambiti nel settore delle risorse umane, della comunicazione o della finanza, in cui non si ha alcuna responsabilità in merito agli utili e alle perdite dell'azienda e che, di conseguenza, non offrono alcuna possibilità di avanzamento di carriera. Il 53% delle donne oggetto della nostra indagine ricopre tali posizioni di servizio, contro solo il 23% degli uomini».

Osterloh cita l'avvertimento di manager come Sheryl Sandberg, ex direttrice operativa di Facebook: si rischia di cementare il pregiudizio che una donna sia arrivata in alto non per merito, ma perché è una donna. «Sì, la quota rosa danneggia le donne individualmente e danneggia la reputazione delle donne nel loro insieme. È stato giusto e corretto introdurla. Ma ora che la percentuale femminile è salita in modo grandioso, dovremmo abolirla».

La disponibilità delle donne a fare carriera, sostiene la specialista, è limitata. «Oggi non si tratta più di discriminazione, ma di preferenze. Le donne nelle società occidentali scelgono consapevolmente progetti di vita diversi rispetto agli uomini. Si vuole l'uguaglianza delle opportunità, ma non necessariamente la parità di risultati».

Non si torna indietro
Interrogata sul rischio di un ritorno a culture aziendali maschili, Osterloh si dice fiduciosa. «Ormai molte donne ricoprono incarichi di alto livello nella politica e nell'economia, quindi la situazione si è in parte normalizzata. Politiche come la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni o la consigliera federale Karin Keller-Sutter hanno contribuito a far sì che le donne in posizioni dirigenziali non siano più considerate una rarità. Oppure pensate a Bettina Orlopp, CEO di Commerzbank, o all'imprenditrice svizzera Magdalena Martullo-Blocher».

Quanto alla conciliazione tra famiglia e carriera, l'economista lancia una proposta che potrebbe far discutere. «Una donna che riduce il proprio impegno lavorativo per dedicarsi alla famiglia dovrebbe stipulare con il marito o il compagno un contratto matrimoniale molto rigoroso, che tenga conto anche della perdita di opportunità di carriera. In caso di rottura della relazione, lei riceverà un risarcimento. Le associazioni femminili dovrebbero mettere a disposizione modelli di contratto, in modo che nessuna donna debba rivolgersi singolarmente a un avvocato».

I tempi stanno cambiando. «Oggi le studentesse sono più numerose degli studenti. Le donne vogliono affermarsi professionalmente: per ragioni disparate aspirano però meno spesso a ricoprire posizioni dirigenziali. È importante riconoscerlo. Non si può imporre alle donne come organizzare la propria vita: non dovremmo dire alle donne cosa dovrebbero volere», conclude l'intervistata.

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