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AUTOMOBILISMO

L'ultimo saluto ad Alex Zanardi

Nella basilica di Santa Giustina a Padova sono accorse almeno duemila persone
Imago
Fonte ats ans
L'ultimo saluto ad Alex Zanardi
Nella basilica di Santa Giustina a Padova sono accorse almeno duemila persone
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PADOVA - Nella basilica di Santa Giustina a Padova ci sono almeno duemila persone e gli altrettanti mondi che hanno riempito la vita di Alex Zanardi.

Tanti ombrelli aperti sfidano la pioggia in Prato della Valle, per l'ultimo saluto al campione paralimpico. Dal sagrato, alle 11.00, si diffonde il primo applauso quando arriva la bara. Poi in chiesa sfila una processione aperta dagli atleti di Obiettivo3 -, l'associazione fondata da Zanardi per supportare gli atleti disabili - e chiusa dai familiari, fino all'altare sotto cui è stata posata la handbike normalmente custodita al Museo della Medicina.

La lista dei presenti al funerale racconta tanto delle mille traiettorie che una singola vita può attraversare in meno di sessant'anni. Rappresentanti del primo amore, l'automobilismo, come il presidente della Federazione Internazionale dell'Automobile (FIA) Stefano Domenicali e Gian Carlo Minardi che lo ebbe pilota di F1 nella scuderia faentina per alcune gare nel 1992.

Leggende dello sport paralimpico, tra cui una commossa Bebe Vio e i presidenti del Comitato Italiano Paralimpico (CIP) di ieri e di oggi, Luca Pancalli e Marco Giunio De Sanctis, oltre all'ex presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) Giovanni Malagò.

Le istituzioni, a partire dal ministro dello sport Andrea Abodi. Il presidente del Veneto Alberto Stefani, quello del Consiglio regionale Luca Zaia e il sindaco di Padova Sergio Giordani, in rappresentanza delle terre in cui Zanardi ha messo famiglia e vissuto da adulto.

E Bologna, col sindaco Matteo Lepore e il primo cittadino di Castel Maggiore Luca Vignoli oltre alla leggenda dello sci Alberto Tomba, a cui si aggiunge il collega ampezzano Kristian Ghedina. Spunta anche un gonfalone della Polisportiva Progresso, a ricordare il piccolo comune della Bassa - il primo che si attraversa sulla A13 in direzione Padova - sulle cui strade il piccolo Alex tirò le prime staccate in kart.

E poi parenti, amici d'infanzia, persone a cui Zanardi ha raccontato che ci si può sempre rialzare. Julio Gonzalez era un attaccante del Vicenza, a 24 anni un incidente gli portò via un braccio e la carriera: «Zanardi venne a trovarmi in ospedale, mi diede una carica pazzesca». In chiesa risuonano le parole della prima lettera di Paolo ai Corinzi, «mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno». Il Nuovo Testamento che si fa sport: «Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato».

La cognata Barbara lo chiama «combattente» e allora parte la canzone di Fiorella Mannoia, «chi lotta per qualcosa non sarà mai perso». Poi, a chiudere, Roberto Vecchioni e Francesco Guccini con «Ti insegnerò a volare», una biografia del pilota.

Celebra la messa don Marco Pozza, parroco del carcere Due Palazzi, che nel 2020 dopo l'incidente gli fece avere un messaggio di papa Francesco e che per raccontare l'amico Alex parte da una serata in autogrill. Davanti a qualche rustichella ci sono il prete, il campione e due carcerati, tornano da un incontro pubblico. I ragazzi hanno «le mani sporche di sangue» e «tanti anni di galera alle spalle», don Pozza se li è portati dietro perché sentano la storia di Zanardi. Ma a parlare sono loro. Lui li ascolta, poi interviene: «Avete fatto un gran bel casino, porca vacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro». Li abbraccia, loro lo baciano. E lui spiega la sua regola dei cinque secondi che sono ovunque, «negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro».

Così don Pozza immagina Dio rivolgersi a Zanardi: «Ero in carcere e tu, in autogrill, sei stato ad ascoltarmi. Ero infermo e non solo sei venuto a trovarmi: mi hai addirittura regalato una handbike perché mi rialzassi». A rimanere beffata «sorellaccia morte», che «pensava di averlo vinto» dopo che lui le era sfuggito nel 2021 al Lausitzring e nel 2020 a Pienza. E invece «si è presa il corpo, ma l'anima le è sfuggita», perché è andata a infilarsi nelle storie «dei ragazzi di Obiettivo3», gli stessi in prima fila durante tutta la funzione e gli unici a prendere la parola nelle orazioni finali, a parte la cognata Barbara e il figlio Niccolò.

Si può raccontare il senso di un'esistenza citando Paolo e Matteo, ma anche Pietro Mennea e la capacità di far fruttare i propri talenti, «pagina del Vangelo secondo Alex». Perché avere un talento non basta, bisogna farlo fruttare per inventarsi un sorpasso come quello al Cavatappi di Laguna Seca che Ayrton Senna aveva ragione, che «non esiste nessuna curva dove non si possa superare».

E ora che l'ultima curva è alle spalle, assicura don Pozza, se ad Alex per una volta dovessero mancare le parole, ci penserà Dio a rompere il ghiaccio, citando la sua autobiografia: «Però, Zanardi da Castel Maggiore!».

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