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Ma la FIFA ha davvero bisogno di un presidente?

L’esperto Mark Pieth rilancia l’idea della rotazione alla guida della Federazione: «Il sistema attuale concentra troppo potere nelle mani di una sola persona».
Ma la FIFA ha davvero bisogno di un presidente?
AFP
Fonte ATS
Ma la FIFA ha davvero bisogno di un presidente?
L’esperto Mark Pieth rilancia l’idea della rotazione alla guida della Federazione: «Il sistema attuale concentra troppo potere nelle mani di una sola persona».
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ZURIGO - La FIFA ha davvero bisogno di un presidente così potente? Oppure sarebbe più opportuno immaginare un sistema di rotazione alla guida della Federazione internazionale, in cui i vertici delle sei confederazioni regionali - Europa, Africa, Asia, Nord America, Sud America e Oceania - si alternino periodicamente, un po’ come avviene nel modello svizzero?

A sostenere questa ipotesi è Mark Pieth, esperto di corruzione e professore di diritto penale, intervistato dall’Aargauer Zeitung. Il giurista, che tra il 2011 e il 2013 ha guidato il processo di riforma della FIFA dopo gli scandali che avevano travolto l’organizzazione, ritiene che il principio della rotazione possa rappresentare una soluzione concreta: «Credo che un sistema di questo tipo abbia molto senso».

Secondo Pieth, gli ultimi sviluppi legati a Gianni Infantino mettono in luce i limiti dell’attuale modello di governance. «Tutti concordano su una cosa: Infantino ha commesso un passo falso. La sua gestione evidenzia chiaramente i rischi di un sistema in cui denaro e potere occupano una posizione centrale. Nella FIFA è sempre stato così: questi due elementi hanno avuto un ruolo dominante».

Per il giurista 73enne, il problema è però ancora più profondo e riguarda la struttura stessa della Federazione. «Poiché il presidente della FIFA deve essere rieletto ogni quattro anni, chi assume la guida dell’organizzazione è spinto a costruire rapidamente una solida base di consenso e di potere».

Una dinamica che, secondo Pieth, rischia di spostare l’attenzione dagli interessi del calcio a quelli personali di chi lo governa. «Il problema è evidente: il calcio può diventare uno strumento per acquisire influenza e generare enormi profitti. Ma in questo meccanismo si dimentica un principio fondamentale: gli sponsor non sono legati a una singola persona, bensì al movimento calcistico nel suo complesso».

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